Gaza, the day after

2 02 2009

intervista al giornalista Paolo Serventi Longhi.

24 gennaio
da http://www.articolo21.info

Ho incontrato giornalisti, leader dei giornalisti e istituzioni locali che sono amministratori. E’ evidente che Hamas ha due volti. Uno politico amministrativo che controlla almeno questa parte di Palestina e poi l’aspetto terroristico, quelli che la notte e il giorno sparano, ora non più, i missili su Israele. A vederla dal di dentro si deve dare ragione a quel che dice D’Alema. Con Hamas si fa politica, anche se va denunciata la loro attività terroristica e di violenza. – Ad affermarlo ad Econews e Articolo 21 è Paolo Serventi Longhi inviato nella missione dell’associazione dei giornalisti internazionali a Gaza. 

“Non ci sono stati bombardamenti chirurgici. – prosegue Serventi – o almeno non tutti erano chirurgici. Abbiamo visto decine e centinaia di palazzi e case sventrate, strade rivoltate, capanne spazzate via. Abbiamo avuto bombardamenti casuali dal mare e dal cielo, con migliaia (350 bambini) di vittime. E’ quindi impossibile pensare che un bombardamento così casuale sia così sicuro”.

Parte della stampa italiana afferma che le vittime civili sono causate dai miliziani che lanciano i missili da diversi luoghi della città, molte volte vicino ad abitazioni civili…
I miliziani sono parte della popolazione. Di notte smettono le loro occupazioni quotidiane e si occupano di altro. Vanno a prendere i missili con le auto nei depositi nascosti, le piazzano qua e là per la città e la striscia e li lanciano. E’ chiaro che chi vive nel punto da cui parte il missile soffre la reazione di Israele. I civili vivono nel terrore, questo non facilita i rapporti tra la popolazione civile e Hamas, ma dall’altra parte c’è questo risentimento e questo odio per la proporzione della ritorsione israeliana. Ed è un sentimento che attraversa trasversalmente tutta la popolazione. La esagerazione è nella reazione, che in parte è casuale e terrorizzante nei confronti della popolazione, e poi chirurgica. Ma che significa, per esempio, distruggere i palazzi dove aveva sede la stampa internazionale?”

E l’informazione come ha raccontato questa guerra?
Al varco di Rafah abbiamo incontrato decine di colleghi che entravano da tutto il mondo. I colleghi palestinesi ci dicono: arrivate troppo Tardi. Ma come facevamo ad arrivare prima se tutte le frontiere erano chiuse alla stampa? Abbiamo avuto 4 colleghi uccisi, 35 feriti, due palazzi dove avevano sede i principali media europei e internazionali. Era difficile sotto le bombe israeliane raccontare una cosa quando molta stampa doveva raccontare la guerra non essendoci. E’ sempre questo il nostro problema. Quando il giornalista non c’è sono le veline militari, le immagini dei comandi, le propagande delle due parti. Qui come a Belgrado come in Iraq e in Afghanistan. Quando è presente il giornalista può raccontare. Con un angolo di visuale. Ognuno ha le sue idee, ma è difficile non essere emozionalmente colpiti quando vedi palazzi interi di abitazioni civile completamente sventrate, con decine e decine di morti. Abbiamo ovviamente le documentazioni, i filmati, le foto. Quando un giornalista c’è può raccontare. Non c’è dubbio che qui ci siano state centinaia e centinaia di morti, io dico migliaia. Basta stare qui e girare per rendersene conto.

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