il voto di Israele

11 02 2009

 

Dall’agenzia Reuters: <In Israele il ministo degli Esteri Tzipi Livni si è proclamata vincitrice delle elezioni ma il suo rivale di destra di Benjamin Netanyahu ha annunciato che guiderà il governo, dopo elezioni conclusesi con un testa a testa dopo il quale Israele potrebbe andare incontro ad un’instabilità politica che potrebbe durare settimane. “Ho vinto”, si legge nel titolo di prima pagina del principale quotidiano israeliano, Yedioth Ahronoth, vicino alle foto di Livni e di Netanyahu. I risultati quasi definitivi hanno assegnato al Kadima della Livni 28 seggi, con 27 al partito di Netanyahu, il Likud, nel Parlamento di 120 membri. La Livni ha preannunciato che diventerà primo ministro, chiedendo al rivale di entrare a far parte di un “governo di unità”. Netanyahu, sottolineando quella che ha definito “una vasta area” nazionalista in Parlamento, ha detto che potrebbe guidare un governo di coalizione che comprenda i partiti di destra.”Con l’aiuto di Dio, guiderò il prossimo governo”, ha detto Netanyahu, 59 anni, ai sostenitori del Likud dopo gli exit poll che ieri avevano dato un lieve vantaggio ai partiti di destra, abbastanza per una maggioranza parlamentare.>

Qualunque sia il risultato del voto in Israele, ancora molto incerto (il partito della Livni ha ottenuto un seggio in piu’ di Netanyahu, Lieberman 15 seggi, 13 per Barak e il suo partito laburista in picchiata, solamente 3 per Amos Oz e la sua “sinistra pacifista”. Solo il 52% degli Israeliani si e’ presentato alle urne), rimane una campagna elettorale influenzata dalla guerra a Gaza! quasi 1400 vittime, il 90% delle quali sono civili, hanno ribaltato le previsioni di meta’ dicembre, che davano Netanyahu sicuro vincitore sul partito della Livni e del premier uscente Olmert (che lascia perche’ sotto processo per corruzione). La Livni ha anche ottenuto molti voti dalle donne, in risposta al forte maschilismo espresso dal Likud: “Ze gadol alea”, “E’ troppo per lei”, questo uno slogan di Netanyahu in campagna. 

“Dobbiamo proseguire la guerra fino alla sua distruzione. Dobbiamo fare esattamente ciò che fecero gli Stati Uniti d’America con il Giappone durante la Seconda guerra mondiale, così non ci sarà bisogno di occupare Gaza”, questa un’altra dichiarazione di Netanyahu, e nel frattempo i soldati a Gaza impediscono la pesca e la coltivazione, colpiscono i pescherecci, distruggono colture e sistemi di irrigazione, strangolando un’economia che gia’ per l’80% si sostiene grazie agli aiuti umanitari, venendo meno alla “tregua”.

Questi altri slogan comparsi in campagna: “No Arabi No Terrorismo”, “Non c’è pace di fianco agli Arabi”, “La Nazione si fa con il trasferimento (di 1 milione di arabi fuori da Israele)”, “Hebron sempre e per sempre”, “Sradicare le colonie divide la nazione”.

Commenta Vittorio Arrigoni su “Rinascita” di questa settimana: “Olmert, Livni, Barak, Netanyahu, Lieberman, con questi personaggi tranquillamente incriminabili in qualsiasi tribunale per i diritti umani, i governi occidentali imbastiscono cordiali relazioni diplomatiche, mentre con Hamas invece non solo non si parla, ma lo si embarga, e insieme all’unico governo liberamente eletto in Palestina, si puniscono collettivamente un milione e mezzo di palestinesi”.

Netanyahu effettivamente potrebbe formare un governo di centro destra, alleandosi con Avigodr Lieberman, arrivando alla quota di maggioranza (64 seggi su 120). Il partito di Lieberman Israel Beitenu (IB, Israele Casa Nostra), si e’ distinto per gli slogan brutali soprattutto contro gli arabo-israeliani, inoltre nessuna tregua con Hamas, linea dura contro l’Iran, no alla spartizione di Gerusalemme, accordi con i palestinesi solo sulla base di scambi di territori. Scrive a riguardo America Oggi: <Il vero cavallo di battaglia è il test di lealtà obbligatorio per tutti gli arabo-israeliani: quasi un milione e mezzo di persone a cui Lieberman chiede un giuramento di fedeltà “alla natura sionista ed ebraica dello Stato”, pena la revoca della cittadinanza e, magari, l’espulsione da terre laddove abitano da secoli. Lo slogan “Nessuna cittadinanza senza lealtà” gli è valso accuse di populismo e razzismo negli ambienti progressisti e sulla stampa liberal israeliana.>

Ma questa alleanza significherebbe per Netanyahu unirsi anche al partito ultraortodosso, lo Shas, e all’Unione Nazionale, il partito dei coloni, con una limitazione radicale degli argomenti in un prossimo tavolo di negoziazione con i palestinesi.

Scrive Pagliara: <Un tale governo entrerebbe in rotta di collisione con l’amministrazione Usa, desiderosa di vedere Israele proseguire le trattative con la Siria e i palestinesi. Netanyahu ne è perfettamente consapevole. Per questo, in campagna elettorale ha promesso, in caso di vittoria, un governo di larghe intese. Il leader del Likud non ha dimenticato le difficoltà incontrate nel 1996 quando, vinte le elezioni, guidò una coalizione di centro-destra con una piccola e rissosa maggioranza. L’unica strada sembra dunque quella di un esecutivo che veda dentro Likud e Kadima come perni centristi. Il problema è la guida. Sia Netanyahu sia la Livni la rivendicano. Per il presidente Shimon Peres, cui spetta il compito di assegnare l’incarico, è un groviglio difficile da sbrogliare… Poche cose sono così chiare: il Paese vuole una guida forte, il sistema favorisce il potere di ricatto dei piccoli partiti e la pressione per un cambiamento non è mai stata tanto forte. >

  

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