<La vera libertà di stampa è…

16 04 2009

…dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire> (George Orwell)

 

 Nei momenti di dolore collettivo si scoprono immagini indelebili di solidarietà, efficienza e unità d’intenti del nostro Paese. Due su tutte: la dignità e la compostezza di chi ha perduto sotto le macerie un familiare, la generosità di tanti volontari anonimi. In realtà, non dovremmo assolutamente sorprenderci, come facciamo in questi giorni (…)

Ci si accorge che l’informazione è utile, necessaria. Non dovremmo stupircene. Insieme alle notizie circolano i sentimenti, le emozioni. Ci si sente tutti parte di una comunità. Ma i media non svolgerebbero fino in fondo il proprio compito se non denunciassero le tante incurie, le leggi inapplicate, le costruzioni colpevolmente fuori norma. E se non continuassero, anche quando l’emergenza sarà finita, a diffondere quella cultura della prevenzione e della manutenzione che misura il nostro livello di civiltà. Basta l’esempio di questi giorni drammatici per descrivere la funzione pubblica di un buon giornale. Su carta e online. Onesto, serio e costruttivo (…)

Un giornale aperto è il luogo dell’incontro proficuo tra laici e cattolici. Il luogo della tolleranza e della ragione. Dove si tenta di costruire, piuttosto che distruggere. Che sta dalla parte del Paese. Non contro. E ambisce a rappresentare quell’Italia che ce la fa, come quella di questi giorni di passione in Abruzzo. Consapevole dei suoi mezzi. Che produce, investe, studia; si rimbocca le maniche ed è orgogliosa di quello che crea. E va non solo in formata correttamente ma anche rappresentata. Difesa. Un giornale moderno è anche uno specchio dell’identità di chi lo legge (…)

Perché un’informazione libera, indipendente e responsabile fa bene alla democrazia? Non è una domanda retorica. Senza un’opinione pubblica consapevole e avvertita un Paese non è soltanto meno libero, ma è più ingiusto e cresce di meno. Il cittadino ha pochi strumenti affidabili per decidere, non solo per chi votare, ma anche nella vita di tutti i giorni. La sua classe dirigente fatica a individuare le priorità, lo stesso governo (come avviene nelle aziende in cui tutti dicono di sì al capo) seleziona più difficilmente le buone misure distinguendole da quelle che non lo sono. Il consumatore è meno protetto, il risparmiatore più insidiato. Lo spazio pubblico è dominato dall’inutile e dall’effimero. Si discute molto, e a ragione, sugli eccessi dell’informazione. Che ci sono, e gravi. Di cui anche noi portiamo le nostre colpe. Si discute poco sui costi della non informazione. Dove c’è opacità il merito non è riconosciuto; quando c’è poca trasparenza le aziende e i professionisti migliori sono penalizzati, i lavoratori onesti posti ai margini, i talenti esclusi. I diritti calpestati. La qualità della cittadinanza modesta. Colpisce che spesso la classe dirigente italiana, non solo quella politica, consideri l’informazione un male necessario. E sottostimi il ruolo di una stampa autorevole e indipendente. Tutti l’apprezzano e la invocano quando i giornalisti si occupano degli altri, degli avversari e dei concorrenti. Altrimenti la detestano e la sospettano. Molti confondono l’informazione con la comunicazione di parte o la considerano la prosecuzione della pubblicità con altri mezzi. Una classe dirigente che non riconosce il ruolo di garanzia dell’informazione dimostra una scarsa maturità e una discreta miopia. La leadership nei processi globali, in particolare in questi momenti di profonda inquietudine e disorientamento, è fatta di informazioni corrette, tempestive e credibili. Il dibattito vero fa emergere le politiche migliori, quello falso o reticente solo quelle che appaiono in superficie le più percorribili e all’apparenza le meno costose. Insomma, con i cantori a pagamento e gli spin doctors improvvisati non si va da nessuna parte…”

Ferruccio de Bortoli 

[dall’editoriale del Corriere della Sera del 10 aprile 2009, “Quell’Italia che ce la fa”] 

 

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