L’acqua e’ un diritto!

6 05 2009

Il paradosso di Istanbul: “L’acqua è una necessità umana fondamentale, ma non un diritto”

Il V World Water Forum (chiusosi a Istanbul il 22 marzo, e organizzato, come le edizioni precedenti di Marrakech, L’Aja, Kyoto, Città del Messico, dal World Water Council, da un think-tank internazionale di governi, esperti, ong e agenzie intergovernative sponsorizzato e di fatto guidato dalle più grandi multinazionali del settore idrico), propone come soluzione le stesse politiche che questa crisi hanno creato: la considerazione dell’acqua come merce, sottoposta alle regole di mercato, e la costruzione di grandi infrastrutture che colpiscono ecosistemi e comunità (del resto l’attuale presidente del World Water Council Loïc Fauchon è allo stesso tempo presidente della  Société des Eaux de Marseille, di proprietà di Suez e Veolia, rispettivamente 70 e 110 milioni di clienti nel mondo, le più grandi multinazionali dell’acqua).

Il forum, come in tutte le passate edizioni, porta avanti la privatizzazione delle risorse idriche del pianeta. Ma oggi il contesto globale appare certamente mutato, con un numero sempre maggiore di Stati che riconosce attraverso interventi legislativi l’acqua come bene comune indisponibile al mercato. In Ecuador e Bolivia il diritto all’acqua viene addirittura sancito nelle nuove Costituzioni. Già in occasione dell’edizione del Forum tenutosi a Città del Messico nel 2006 Uruguay, Bolivia, Venezuela e Cuba, firmarono congiuntamente una dichiarazione per chiedere che un reale processo democratico, trasparente e aperto si sostituisca al  World Water Forum.

Ma il Forum, incurante del mutato scenario e della crisi globale, che è innanzitutto crisi ambientale e quindi idrica, è andato avanti e per l’edizione del 2009 ha scelto la Turchia come paese ospite. E la Turchia rappresenta un terreno di sperimentazione privilegiato per le politiche degli oligopoli mondiali dell’acqua. Da tempo infatti questo paese ha aperto ai privati la gestione dei servizi idrici e attualmente sta elaborando una legislazione per consegnare al mercato anche le fonti d’acqua

Ma non solo. L’Acqua rappresenta un fattore geopolitico cruciale. Riguarda anche la scelta di progetti infrastrutturali come le grandi dighe che erodono spazi vitali ed agricoli, responsabili di milioni di sfollati ambientali e di danni incalcolabili agli ecosistemi fluviali.

Una delle regioni del mondo più colpita da questi progetti è il Kurdistan turco, zona estremamente ricca d’acqua. Ed è proprio per la sua ricchezza che questa regione è stata scelta come il luogo “ideale” per la realizzazione del mega-progetto che prevede la costruzione di dighe, colossale progetto di sviluppo idrico infrastrutturale nel sud-est della Turchia che prevede la costruzione di 22 dighe e 19 impianti idroelettrici sui fiumi Tigri, Eufrate ed i loro affluenti. Una delle principali opere previste è rappresentata dall’impianto Ilisu, che il governo turco intende costruire sul fiume Tigri: la diga sarà alta 138 metri, larga 1.820 metri e creerà un lago artificiale ampio 313 chilometri quadrati, comportando l’inondazione di 6000 ettari di terre agricole, la distruzione dell’ecosistema del fiume Tigri, la scomparsa di numerosi centri d’inestimabile valore archeologico e storico (tra cui la città di Hasankeyf, luogo con 5000 anni di storia, forse il centro più importante per la cultura curda: il progetto è di fatto l’ennesimo strumento di repressione che lo stato turco usa contro la popolazione Kurda, che si oppone da oltre dieci anni al progetto, già vittima di continue violazioni ai propri diritti umani individuali e collettivi). 

Anche quest’anno un’articolazione variegata di comunità in resistenza (movimenti, reti, associazioni, ong) ha portato ad Istanbul la voce dei popoli che si oppongono alla mercificazione dell’acqua a favore di una gestione pubblica, partecipata e democratica della risorsa idrica: acqua come strumento di pace, simbolo e anima della difesa dei territori. Nelle giornate di seminari e assemblee i rappresentanti della società civile internazionale hanno denunciato l’illegittimità del World Water Forum e le ingiustizie che le politiche globali sull’acqua producono. Diverse le manifestazioni di protesta, alle quali sono seguite le reazione durissime da parte della polizia turca: 17 gli arresti e due attiviste rimpatriate perché accusate di un reato d’opinione (l’apertura di uno striscione contro le dighe). A dimostrazione di quanto aperto e democratico fosse il Forum.  

La delegazione governativa italiana, presente al Forum, guidata dalla ministra Prestigiacomo, aveva  tra i suoi obiettivi primari quello di una maggiore co-partecipazione pubblico-privata nella gestione dei servizi idrici “resa obbligatoria dalla crescita dei costi dell’oro blu” si legge nella nota stampa ufficiale. In altre parole continuare a portare avanti le politiche già ampiamente sperimentate nel nostro paese di aziende miste per la gestione dei servizi idrici, in cui i costi economici, politici e sociali delle privatizzazioni ricadono sul pubblico con aumento di tariffe per i cittadini, diminuzione occupazionale, scarsa manutenzione e qualità, e con utili altissimi sempre nelle stesse mani: Suez, Veolia, e le altre sorelle. Esempio in Italia e all’estero rimane Acea, ex municipalizzata del Comune di Roma, da dieci anni trasformata in una holding con partecipazioni azionarie di Suez e Caltagirone, quotata in borsa, capace di occuparsi di energia, rifiuti, inceneritori e forse domani gas. Ai cittadini di Roma toccano solo rialzi in bolletta, i malfunzionamenti e la scarsa qualità, nel silenzio del Consiglio Comunale e della giunta impegnati più a tutelare gli interessi dei grandi azionisti in borsa.

A Istanbul come a Roma le politiche dell’acqua sono sempre più una cartina tornasole del livello di democrazia e partecipazione dei cittadini e delle comunità locali. Riappropriarsi dell’acqua significa riacquisire spazio pubblico vitale, recuperare dal basso parola di fronte allo svilimento della politica istituzionale e dare corpo e senso alla democrazia.

«Le guerre del XXI secolo non saranno condotte in nome del petrolio, ma dell’acqua»: oltre vent’anni dopo le parole pronunciate nel 1986 dall’allora ministro egiziano degli esteri, e in seguito Segretario generale dell’ONU, Boutros Boutros Ghali, la profezia sembra si sia avverata. L’acqua, sempre più rara e dunque contesa, ha segnato il destino di milioni di persone. Negli ultimi anni, l’acqua ha giocato un ruolo di primo piano in almeno 37 guerre nel mondo. Una situazione destinata a peggiorare.

«L’acqua è sicuramente tra le ragioni principali della guerra arabo-israeliana del 1967. Con l’occupazione, Israele ha assunto il controllo del fiume Giordano e della falda freatica», rileva Fadia Daibes Murad, idrologa e responsabile del programma DanCurchAid in Medio Oriente. Oltre alla crescita demografica e al cambiamento climatico, la ripartizione delle risorse è resa ancor più complicata dal crescente fabbisogno idrico da parte di agricoltura, industria e turismo.

Dice Catarina de Albuquerque, esperta indipendente del Consiglio per i diritti umani per le questioni legate all’accesso all’acqua potabile:«Il Comitato per i diritti economici, sociali e culturali dell’ONU ha riconosciuto nel 2002 il diritto all’acqua. Questo diritto non è tuttavia esplicitamente menzionato nella Dichiarazione universale dei diritti umani. Soltanto una manciata di paesi, tra cui Sud Africa, Uruguay e Bolivia, hanno iscritto tale diritto nella loro Costituzione. La risoluzione che ha definito il mio mandato non menziona nemmeno una volta il diritto all’acqua; mi posso occupare esclusivamente dell’acqua potabile e devo tralasciare le risorse idriche destinate ad altri utilizzi». L’avvocatessa portoghese non è poi abilitata ad occuparsi di questioni transfrontaliere! Assurdo… nel mondo ci sono infatti oltre 260 fiumi e specchi d’acqua che si estendono su più territori. E dove la scarsità di acqua si scontra con gli interessi divergenti di più nazioni, la conflittualità sale alle stelle. Lo evidenziano proprio i controversi progetti di dighe e centrali sul Tigri e l’Eufrate (che coinvolgono Turchia, Siria e Iraq), ma anche i progetti sul Mekong (Cina, Vietnam, Laos e Thailandia) oppure lo sfruttamento delle acque del Giordano (Siria, Israele e Popolo Palestinese). 

(fonti: swisscom e asud.net)

 

In Europa, dove in qualsiasi posto si trova ogni tipo di bevanda, non si pensa mai alla necessita’ di bere.  Quando invece si viaggia in Africa, bisogna sempre porsi il problema dell’acqua, calcolare i tempi alla perfezione, spostarsi in modo da arrivare al pozzo successivo entro una certa ora. Se non lo si raggiunge in tempo si muore. L’acqua  e’ un bene comune. O bevono tutti o non beve nessuno.”

[R. Kapuscinsky, da Comanda il piu’ anziano, 1999]

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