Iran: twitter e la censura (II)

30 06 2009

La risposta al post precedente: il paradosso di internet, arrivano la censura, i controlli, le trappole del regime, le individuazioni, la repressione!

 

“C’è una cosa che Obama e tutto l’Occidente potrebbero fare per i ragazzi di Teheran: approvare misure e mettere soldi per sviluppare le tecnologie di “internet censorhip evasion” (tecniche per aggirare la censura sulla rete e non essere individuati). Detta in parole semplici: la radio Londra di internet, la radio voce della libertà della rete… 

Senza le rete non sarebbe esistita la lotta dei giorni scorsi, già, ma cosa sta succedendo a chi quella lotta ha animato e documentato? Su YouTube si è fermato il flusso dei filmati. Su Twitter il “canale” dedicato a “Neda“, la ragazza uccisa nei primi giorni della rivolta è meno visibile e più rallentato. Resistono “Iran” e “Iranelection” (attorno a questo tag è nato il canale dell’oppositore Moussavi), ma si tratta di messaggi di solidarietà, scarseggiano le testimonianze. Perlomeno fino a quando si parla di messaggi in inglese – chi scrive ammette di non aver controllato messaggi e canali in lingua farsi.

Non ci sono tracce di persiankiwi, molto attivo nei giorni scorsi (ndr, in realta’ e’ ancora attivo). In uno degli ultimi messaggi dice: “Devo scappare, hanno trovato uno dei miei”. Resiste il blog Revolutionary road. Altri scrivono ogni tanto, ma senza dare mai troppi particolari, hanno evidentemente paura di essere individuati.

Cosa può esser successo ai manifestanti che hanno mandato su internet le loro testimonianze? Non tutti erano degli sprovveduti, molti si sono serviti di meccanismi di “anonimizzazione” per poter evitare di essere individuati in seguito. In tanti hanno messo in atto l’accorgimento di “far apparire” il loro messaggio come mandato da un computer residente in Canada o in Australia – su questa attività si è dispiegata molta solidarietà tecnologica. E’ tuttora in attività la “NedaNet”, rete di “Hacktivist (da Hacker e attivisti) per aiutare l’uscita di messaggi dall’Iran in modo sicuro per chi li manda. Usano la tecnica dei “proxy”: un proxy server è un semplice pezzetto di software che gira sul computer di una persona che vive al di fuori del paese, e permette a quel pc di diventare il “ripetitore” di un altro navigatore che può apparire sulla rete con l’Ip dell’ospite. 

Certo chi ha mandato un video dal suo telefono cellulare o un messaggio twitter con la propria identità rischia gravemente, perché ogni atto elettronico lascia una traccia. Ma c’è dell’altro che la polizia può aver fatto.

Nelle manifestazioni del ’68 c’era la psicosi dell'”agente in borghese che fotografava”. Al G8 di Genova si temette che vi fossero dei provocatori che alimentavano la violenza. Sono attività che possono essere svolte anche sulla rete, si possono mandare messaggi fiammeggianti e linkare un sito che è in realtà della polizia e che registra gli indirizzi IP (la targa) di tutti coloro che lo visitano. I video di youtube e le foto di flickr possono essere viste e “scaricate” sia dalla polizia che dagli amici e in seguito analizzati, anche se “pixelati” per prudenza. La rete è di tutti, dei “buoni” e dei “cattivi”, e così la tecnologia. 

Si possono incrociare i messaggi con i tabulati degli sms e dei video spediti dai telefoni. Si può sottoporre ad esame – grazie a software specifici – il flusso dei messaggi inviati ai server di twitter. Nei giorni scorsi il Wall Street Journal ha denunciato la vendita di tecnologie occidentali ed in particolare europee alla polizia iraniana. Servono per registrare ed analizzare tutto ciò che si fa sulla rete e ad individuarne i responsabili. 

In particolare c’è una sigla che merita attenzione. Si chiama DPI. La Deep Packet Inspection. La DPI può analizzare i contenuti delle comunicazioni internet. E può arrivare a “capire” quale tipo di attività gli utenti stanno svolgendo. Può anche cercare – sono sempre compiti che si affidano ai computer – dentro il traffico internet alcune parole chiave che siano state predeterminate da chi usa il software. Lo fa come facevano i postini ficcanaso di una volta: intercetta la “busta” , la apre, la fruga e poi la richiude e la fa proseguire per la sua strada, come se tutto fosse a posto. Lo stato iraniano ha acquistato questo programma nel 2008. 

Non c’è alcun dubbio che per chi non si sia premunito sul piano tecnologico ci sia in questo momento il serio rischio di essere individuato. E’ senz’altro la fine del reporting di massa dei giorni scorsi (anche perché diversa è la situazione sulla piazza), se non altro perché le maglie della censura si sono strette. Ma è cominciata una solidarietà più specialistica, più avvertita, per permettere ai messaggi di uscire anonimamente. E su questo piano si può fare molto…

(da un articolo di Vittorio Zambardino, Repubblica.it)

 

 

Segnalo intervista a blogger iraniano in carcere, tratta da Limes (giornale di geopolitica)


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One response

30 06 2009
Katori Hudato

Ciao, penso qualcuno qui conosta PeaceReporter, è l’agenzia di giornalisti “figlia” di Emergency. Manda giornalisti in tutto il mondo a seguire in prima persona, i conflitti e le crisi, fornendo analisi geopolitiche e pubblicando spesso, cose un po’ “scomode”.

Nei regimi dove l’informazione è controllata, viene diffusa una tecnologia che serve per superare la censura, c’è una pagina apposita che informa sul funzionamento e sull’uso di questo programma:

http://it.peacereporter.net/libera/

Purtroppo stenda a diffondersi come corrento modus operandi, e si continuano ad usare come riferimento i social network (twitter, facebook, ecc…) che invece è facile, per le autorità di regime, riuscire a censurare.

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