Giovanni Falcone (II)

10 07 2009

 

 

« Chi tace e chi piega la testa

muore ogni volta che lo fa,

chi parla e chi cammina a testa alta

muore una volta sola. »

 

[Giovanni Falcone]

 

 

 

 

 

 

Giovanni Falcone muore nella strage di Capaci, il 23 maggio 1992. Stava tornando, come era solito fare nei fine settimana, da Roma. Il jet di servizio partito dall’aeroporto di Ciampino intorno alle 16:45 arriva a Punta Raisi dopo un viaggio di 53 minuti. Lo attendono quattro autovetture tre Fiat Croma ed una Lancia Thema, gruppo di scorta sotto comando del capo della squadra mobile della Polizia di Stato, Arnaldo La Barbera. Appena sceso dall’aereo, Falcone si sistema alla guida della vettura bianca, ed accanto prende posto la moglie Francesca Morvillo mentre l’autista giudiziario Giuseppe Costanza occupa il sedile posteriore. Nella Croma marrone, c’è alla guida Vito Schifani, con accanto l’agente scelto Antonio Montinaro e sul retro Rocco Di Cillo, mentre nella vettura azzurra ci sono Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo. Al gruppo è in testa la Croma marrone, poi la Croma bianca guidata da Falcone, e in coda la Croma azzurra. Alcune telefonate avvisano della partenza i sicari che hanno sistemato l’esplosivo per la strage. Le auto lasciano l’aeroporto imboccando l’autostrada in direzione Palermo. La situazione appare tranquilla, tanto che non vengono attivate neppure le sirene. Su una strada parallela, una macchina si affianca agli spostamenti delle tre Croma blindate, per darne segnalazione ai killer in agguato sulle alture sovrastanti il litorale; sono gli ultimi secondi prima della strage. Otto minuti dopo, alle ore 17:58, presso il Km. 5 della A29, una carica di cinque quintali di tritolo posizionata in un tunnel scavato sotto la sede stradale nei pressi dello svincolo di Capaci-Isola delle Femmine viene azionata per telecomando da Giovanni Brusca, il sicario incaricato da Totò Riina. Pochissimi istanti prima della detonazione, Falcone si era accorto che le chiavi di casa erano nel mazzo assieme alle chiavi della macchina, e le aveva tolte dal cruscotto, provocando un rallentamento improvviso del mezzo. Brusca, rimasto spiazzato, preme il pulsante in ritardo, sicché l’esplosione investe in pieno solo La Croma marrone, prima auto del gruppo, scaraventandone i resti oltre la carreggiata opposta di marcia, sin su un piano di alberi; i tre agenti di scorta muoiono sul colpo. La seconda auto, la Croma bianca guidata dal giudice, si schianta invece contro il muro di cemento e detriti improvvisamente innalzatosi per via dello scoppio. Falcone e la moglie, che non indossano le cinture di sicurezza, vengono proiettati violentemente contro il parabrezza. Falcone, che riporta ferite solo in apparenza non gravi, muore dopo il trasporto in ospedale a causa di emorragie interne. Rimangono feriti gli agenti della terza auto, la Croma azzurra, e si salvano miracolosamente anche un’altra ventina di persone che al momento dell’attentato si trovano a transitare con le proprie autovetture sul luogo dell’eccidio. La detonazione provoca un’esplosione immane ed una voragine enorme sulla strada. Alle 19:05, ad un’ora e sette minuti dall’attentato, Giovanni Falcone muore dopo alcuni disperati tentativi di rianimazione, a causa della gravità del trauma cranico e delle lesioni interne. Francesca Morvillo morirà anch’essa, poche ore dopo. Due giorni dopo, mentre a Roma viene eletto Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, a Palermo si svolgono i funerali delle vittime ai quali partecipa l’intera città, assieme a colleghi e familiari. I più alti rappresentanti del mondo politico, come Giovanni Spadolini, Claudio Martelli, Vincenzo Scotti, Giovanni Galloni, vengono duramente contestati dalla cittadinanza; e le immagini televisive delle parole e del pianto straziante della vedova Schifani susciteranno particolare emozione nell’opinione pubblica. Il giudice Ilda Boccassini urlerà la sua rabbia rivolgendosi ai colleghi nell’aula magna del Tribunale di Milano: «Voi avete fatto morire Giovanni, con la vostra indifferenza e le vostre critiche; voi diffidavate di lui; adesso qualcuno ha pure il coraggio di andare ai suoi funerali». Intanto, Paolo Borsellino, intraprenderà la sua ultima lotta contro il tempo, che durerà appena altri cinquantotto giorni, indagando nel tentativo di dare giustizia all’amico Giovanni.

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4 responses

11 09 2009
Antonio

Persone come Falcone,Borsellino,la loro scorta,i loro cari colleghi che sono morti per la loro stessa causa,non so se potessero tornare indietro farebbero la stessa scelta,soprattutto perchè,non e cambiato niente dalla loro morte.Sono morti per darci un ITALIA migliore,invece sta peggiorando giorno per giorno.Sempre piu politici sono indagati e sempre piu politici li difendono,dicendo magari che sono brava gente,e la magistratura che sbaglia.Io mi dispiace dirlo ma non ci sto.MI VERGOGNO ad essere rappresentato da una classe politica del genere.VIVA I NOSTRI EROI.

14 11 2009
Donato

Il 23 maggio 1992 è una data importante per me. Mentre io e mia moglie ci dichiaravamo, iniziando la nostra relazione, Giovanni Falcone moriva. Ricordo bene che non sapevo se essere felice per aver iniziato una relazione con chi sarebbe diventata mia moglie o piangere per il mimento tragico che attraversava il paese.
non c’è giorno che io non pensi a quell’evento.
Donato

29 12 2009
Massimo

Giovanni, Paolo,
nell’aridità morale caratterizzante il nostro presente, nell’inconsapevolezza generale, della maggior parte dell’opinione pubblica, nei confronti di cosa sia lo Stato, e di quale sia la sua importanza nella vita quotidiana di ogni cittadino, Voi Due rappresentate un raggiante faro, che illumina le coscienze di chi, per qualche motivo, viene a contatto con le vostre esperienze di vita vissuta.
Credo che se l’opinione pubblica avesse l’opportunità di conoscere nel dettaglio, qual è stata la vostra vita, quali sono stati i valori morali e le idee che vi hanno spinto ad andare sempre fino in fondo, anche a costo di pagare il più alto dei prezzi, forse oggi la Mafia non esisterebbe più, per il fatto che qualunque uomo, quale che sia la sua estrazione culturale e il suo patrimonio morale e civile, non potrebbe non restare commosso, e quindi, così persuaso, dalle straordinarie esperienze di coraggio e rispetto puntuale del proprio dovere istituzionale, che hanno caratterizzato le vostre vite, a tal punto da rifiutare in toto, quell’insieme di immorali realtà che noi chiamiamo Mafia e che si oppongono ai principi nei quali avete sempre creduto.
Non ci sarà mai un “grazie” che riesca, veramente, a renderVi riconoscenza per quanto avete vissuto fedelmente e interamente la Vostra missione, se non la certezza che il fenomeno mafioso sia completamente scomparso, almeno dalla nostra Penisola.

30 05 2010
Anonimo

era un vero giudice no quelli corrotti di oggi

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