Viaggio di un pacco da Nablus a Ivrea

1 09 2009

storie palestinesi… scritta da Muin Masri, dal sito di Internazionale

Quando da noi nasce un bambino, non importa se maschio o femmina, se il primo o l’ultimo di sette fratelli malnutriti, le mamme lo tengono completamente fasciato, gambe e braccia incluse, come un rotolo di Scottex, per i primi cinque mesi di vita. Nella fasciatura, all’altezza del cuore, mettono una piccola pietra blu, con al centro il disegno di un occhio nero o di una mano, per tenere lontani i demoni e il malocchio.

Ho fatto di tutto ma non sono mai riuscito a tagliare completamente il cordone ombelicale. Mia madre, quand’è ora, lo tira con tutta la sua forza. È un messaggio chiaro: fa’ quello che ti pare ma non potrai liberarti di me, mai. Non è una minaccia, è una promessa.

E poi è inutile discutere con le mamme, non sono tiranne e nemmeno sorde, soltanto ansiose. Così lei ogni tanto decide di mandarmi un pacco da quindici chili circa, chiuso con tre o quattro giri di scotch da pacchi, che ci vuole mezza giornata per aprirlo, pausa caffè compresa.

Dentro, le solite delizie di Nablus: cinque chili d’olio extra ma extra-vergine d’oliva, formaggio di capra, due o tre tipi di spezie introvabili e carissime, e qualche sorpresa per i ragazzi, che di solito restano delusi ma fanno finta di essere contenti.

Tabacco e acqua di rose
Mediamente arriva un pacco all’anno, di più sarebbe impossibile per le risorse della mamma: è casalinga, vedova e senza pensione, ma, chissà come, riesce sempre a farsi bastare i pochi soldi che ha per riempire poco alla volta il pacco annuale. “Hai bisogno di qualcosa in particolare? Un dolce fatto in casa? Tabacco per il narghilè? Una bottiglia di acqua di rose per il mal di pancia?”. “Niente mamma, niente, in Italia siamo fortunati e abbiamo tutto. Sì, anche l’acqua di rose e il tabacco per il narghilè. E poi il dolce, ora che arriva, è già andato a male”.

Inutile dare indicazioni e buoni consigli alle mamme, fanno finta di capire e poi fanno di testa loro. Il dolce arriva regolarmente e, nonostante il colore sofferto, non riesco a non assaggiarlo per amore di quella vocina che rimbalza dal telefono: “Ti ho mandato il pacco, fammi sapere, per favore”.

Normalmente ci vogliono una ventina di giorni prima che la scatola faccia il percorso Nablus-Ivrea. Si sa, la dogana israeliana non scherza: niente passa inosservato. Quella italiana, invece, spesso si scorda del pacco, così bisogna fare due o tre chiamate di sollecito e mandare un fax per dichiararne il contenuto e il valore approssimativo.

Qualcosa è andato storto
L’ultima volta è stato diverso, si capiva da tutto il tempo che il pacco è rimasto alla dogana italiana di Lonate Pozzolo. Qualcosa doveva essere andato storto. Inutile dare spiegazioni alle mamme, loro amano solo le certezze. “Sei sicuro che il pacco sia arrivato in Italia?”. “Sì, è alla dogana per un controllo approfondito, mamma”. Sarà stata la piccola pietra per scacciare il malocchio, dono per l’ultimo nipote italiano, o il vaso di melanzane ripiene sott’olio…

Poco tempo fa ne ho avuto notizie tramite lettera ordinaria. Poche righe: la scatola non può essere consegnata al destinatario, è stata sequestrata a causa di una sostanza sospetta. Peccato, potevano dirmi di cosa si trattava: se il formaggio, l’olio, il dolce o le spezie. Almeno per contenere l’ira della mamma che urlava al telefono: “Ti hanno fregato, l’avranno mangiato loro, ma la pietra contro il malocchio degli invidiosi potevano lasciarla passare, è per il neonato”.

Inutile dirle di stare tranquilla. Di questi tempi chi volete che invidi i figli degli immigrati?

[Muin Masri – scrittore nato nel 1962 a Nablus, in Palestina. Vive in Italia dal 1985]

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