Inseguendo un sogno: vita e morte di un immigrato

3 09 2009

Solo qualche giorno fa ancora 70 morti nelle acque italiane… per giorni in balia delle onde, senza ricevere alcun soccorso. Anche e soprattutto frutto della politica xenofoba del nostro Governo, di gente che per noi decide e che fino a qualche anno fa proponeva navi da guerra con cannoni carichi da piazzare “a difesa” delle nostre coste. Affondare una bagnarola con un cannone, o non prestare soccorso a una bagnarola destinata ad affondare da sola: la differenza e’ poca. Anche io sto inseguendo un sogno. Anche io sono un immigrato, visto che vivo in un paese in cui arte, cultura e musica non hanno ossigeno. Saro’ molto probabilmente costretto a cercare fortuna in paesi piu’ civilizzati (in realta’ lo sto gia’ facendo dal 2003, tra Germania, Ginevra e Londra). Ergo, in qualita’ di immigrato, sostengo fortemente chi da Africa, Asia, Balcani ecc, viene in Europa ad inseguire il proprio sogno, la propria speranza di vita, qualunque essa sia. E condanno con forza brutale chi non concede questo Diritto fondamentale di ogni individuo, nero, giallo, rosso o “verde” esso sia…

Almeno 13.250 persone sono morte, tra il 1993 e il 6 maggio 2009, nel tentativo di raggiungere la fortezza Europa. Durante il viaggio, nei centri d’identificazione, durante il rimpatrio forzato o una volta rimandati nel loro paese. Non sono incidenti casuali o isolati, accusa l’ong United, che ha pubblicato un rapporto basandosi sui dati di Fortress Europe, ma il frutto di una politica dell’esclusione.

Leggendo l’elenco infinito, si riescono a intravedere le storie di ogni vittima. Vengono da paesi in guerra, dall’Afghanistan, dalla Somalia, genericamente dall’Africa subsahariana. Paesi che sporadicamente appaiono nelle pagine dei giornali, ma non commuovono più. È la storia di Zaher Rezai, un giovane afgano di 13 anni, che qualche mese fa è morto schiacciato dalle ruote del camion sotto il quale si era legato per sfuggire ai controlli del Porto di Venezia. In una poesia trovata nelle sue tasche, ha scritto: “Tanto ho navigato, notte e giorno, sulla barca del tuo amore. Che o riuscirò infine ad amarti o morirò annegato. O mio Dio, che dolore riserva l’attimo dell’attesa, ma promettimi, Dio, che non lascerai finisca la primavera”.

[da Internazionale]

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