NO RACISM: storie italiane (I)

19 11 2009

Sembra che il corpo dell’immigrato debba essere condannato all’invisibilità, non solo amministrativa ma anche biologica. “Spostatevi in fondo perché puzzate”. A Bologna la conducente di un autobus ha mandato due pachistani a sedere in fondo alla vettura con questa scusa. È successo il 29 ottobre sull’autobus 91, che da Calderara di Reno porta a Bologna.

L’episodio è stato reso noto da una signora bolognese, che è intervenuta chiedendo il numero di matricola dell’autista. In questo modo è riuscita a dar voce ai due pachistani. Sohail Anjum, uno dei ragazzi coinvolti, ha 27 anni e vive in Italia da più di sei. Come il suo amico Qasim Muhammed, lavora a Roma dove assiste un anziano. Appena possono, i due tornano a Bologna perché hanno vissuto qui in precedenza e hanno ancora amici e parenti.

Sohail è anche il capitano della squadra di cricket che ogni fine settimana si ritrova a giocare al campo sportivo di Calderara. Come molti suoi connazionali, è un appassionato di questo sport. Sulla vicenda ha poco da dire. Di quel giovedì sull’autobus ricorda la sensazione di smarrimento e il desiderio di non fare troppo chiasso per non provocare altri scontri. Gli è chiaro, però, che nel suo paese un fatto simile sarebbe impensabile tra persone considerate alla pari.

Sohail è grato alla donna che si è presa la responsabilità di denunciare il comportamento dell’autista alla stampa e all’Atc, l’azienda bolognese dei trasporti pubblici. La signora, racconta Sohail, li ha invitati a tornare nella parte anteriore del 91, ma loro hanno preferito rimanere indietro. Su questa linea – e non è l’unica a Bologna – si è tacitamente consolidata una separazione: gli italiani stanno davanti, gli immigrati in fondo. Come Sohail e Qasim, molti stranieri si mettono in disparte nel tentativo di evitare sguardi diffidenti e offese, lasciando libero uno spazio che alcuni considerano loro.

La vicenda ha fatto emergere altre testimonianze. Ci sono conducenti che non “vedono” le fermate dove ci sono dei rom ad aspettare e ci sono passeggeri convinti che gli stranieri siano sporchi e non paghino il biglietto. Oppure succedono episodi come quello del ragazzo bengalese che si è sentito urlare dall’autista di tornarsene a casa sua perché era salito dalla porta centrale. Nel 2007 uno studente messicano della Johns Hopkins university è stato picchiato dall’autista dell’autobus su cui viaggiava perché si era fermato sulla porta ad aspettare che un ragazzo disabile salisse con calma. Poche settimane fa l’autista è stato condannato a sei mesi di carcere per lesioni, ingiurie e minacce con l’aggravante della discriminazione razziale.

Gli italiani che cercano di difendere gli stranieri vengono spesso zittiti. E i fatti che escono alla luce sono pochi in confronto a una realtà quotidiana dove i comportamenti razzisti – come sottolinea la Rete provinciale anti-discriminazione – sono considerati normali e non vengono pubblicizzati.

Sohail riconosce il valore del gesto di solidarietà che gli è stato offerto. Gli italiani, dice, di solito “non hanno molto tempo”. Alla domanda su come si trova in Italia, non risponde con entusiasmo. Non sono le difficoltà a scoraggiarlo, ma la nostalgia di casa, dei genitori e di un paese in cui ogni cosa è familiare.

L’Atc ha riconosciuto che la conducente del bus 91 ha avuto un comportamento “non consono alle proprie mansioni” e non vuole più che guidi i suoi autobus. Un sindacalista dell’azienda, invece, ha cercato di spiegare le frasi della donna con la “stanchezza ed eccessiva pressione lavorativa”. Ma sono giustificazioni che offendono tutti i lavoratori, italiani e stranieri.

[di Francisca Rojas, scrittrice nata a Santiago del Cile. Vive a Bologna da tredici anni]

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