Freedom Flottila goes on: che tutto il mondo possa soffiare nelle loro vele

4 06 2010

Stralci di articoli di Arrigoni, tratti dal Manifesto

Qualche giorno fa su un quotidiano israeliano un ufficiale israeliano spiegava come  per bloccare la missione umanitaria e impadronirsi delle navi sarebbero stati impiegati corpi speciali, addestrati in modo tale da limitare il numero di feriti in caso di resistenza dei naviganti. L’ufficiale ha rispettato la parola data, al momento ci sono più morti che feriti.

In una mail, Adam, attivista di Tel Aviv mi ha spiegato di quanta reputazione godano all’interno della società israeliana i Commandos Navali, “le Elite delle Elites, il Meglio del Meglio”. Solo uno su cento riesce a concludere l’estenuante corso di addestramento e guadagnarsi notorietà e appeal sulle ragazze.  L’aspirazione di molti adolescenti e anche di Adam a quei tempi. Spesso però a reputazione non corrisponde realtà. Ho avuto a che fare con i famosi Commandos nel novembre 2008 quando a di bordo di un peschereccio palestinese fummo assaltati al largo di Rafah. Nonostante fossi disarmato e in bermuda il marine prima di spararmi con una Taser  tremava come una foglia.  Come non certo audaci si presentavano i commandos a fine giugno del 2009 assalendo la “Spirit of Humanity”. “Soffrivano il mal di mare e hanno iniziato a vomitarsi addosso nelle maschere,  se non era per il nostro Capitano e il primo ufficiale sarebbero caduti in acqua”, nel racconto di Greta a bordo della nave durante quell’assalto.

Israele è un paese che ha intriso nel suo dna la paura, perché allevato a covare il terrore. E quando un soldato ha paura della sua ombra, spara a qualsiasi cosa gli si muove incontro, specie se viene insegnato essere etnicamente impura.

Uccidendo a sangue freddo quegli attivisti, Israele ha gettato in mare molte speranze per un popolo abituato all’oppressione, e contemporaneamente si e’ ancora più arroccato nel suo status di stato criminale.

Le reazioni:

Sami Abu Zuhri, portavoce di Hamas,  ha dichiarato: “consideriamo l’attacco israeliano alla Freedom Flotilla un enorme crimine e una flagrante dichiarazione della legge internazionali. Nonostante le gravi perdite fra i passeggeri della navi riteniamo che il loro messaggio è stato consegnato. Ringraziamo questi eroi venuti da lontano che hanno manifestato la loro solidarietà con Gaza, l’assedio israeliano oggi è un problema internazionale e riteniamo che gli occupanti, attraverso questo crimine, oggi sono quelli realmente sotto assedio “. Le manifestazioni più nutrite ed emotivamente partecipate si sono venute a creare però spontaneamente . Centinaia di uomini dai volti intrisi di rabbia e di una infinita tristezza  hanno marciato compatti per tutto il giorno dal porto incustodito fino alla sede delle Nazioni Unite. E hanno gridato forte “Fermate Israele”.  E hanno chiesto altrettanto intensamente di farla finita con l’assedio e l’impunità dei massacri di civili. Ho visto in quei volti provati dalla sofferenza un dolore sconosciuto, la perdita di un fratello mai conosciuto. Ahmed, pescatore: “Questi martiri venuti dall’occidente sono morti per la nostra libertà, mentre i nostri fratelli arabi si sono dimenticato che esiste una prigione di nome Gaza. Vorrei incontrare i familiari dei defunti e piangere con loro”. Munir, taxista: “dopo Deir Yassir e il massacro dell’anno passato, questa è un’altra pagina indelebile nella storia del terrorismo di stato d’Israele.”

E adesso?

La missione della Freedom Flotilla non è finita. Altre due imbarcazioni del Free Gaza Movement, in ritardo sui tempi del resto della flotta a causa di guasti tecnici, stanno navigando proprio in questo ore nel mediterraneo. A bordo della nave cargo Rachel Corrie ci sono il premio Nobel per la Pace Mairead Macguire e Hedy Epstein, ebrea ottantacinquenne sopravvissuta all’olocausto. Il capitano irlandese Dereck e mi ha dichiarato che sono tutti a conoscenza del massacro di ieri e consapevoli che un’altra strage di innocenti potrebbe compiersi approssimandosi alle coste di Gaza, ma vanno avanti.

Il confine con l’Egitto è liberato, aperto sia in entrata che in uscita a tempo illimitato per consentire il passaggio di malati, studenti e chiunque abbia un visto e un passaporto in regola, stranieri compresi. Una rara occasione per migliaia di uomini e donne con futuri e amori impigliati dietro una distesa di filo spinato, un speranza di salvezza per dei pazienti che se a Gaza sono incurabili, altrove sono guaribili. Dall’inizio dell’anno, il valico è stato aperto solo 12 giorni, permettendo l’evasione dalla più grande prigione a cielo aperto del mondo solo ad una ritretta minoranza di privilegiati, e comunque senza mai permettere il passaggio di merci per risollevare una economia a pezzi. Ihab Ghussein, un portavoce del Ministero degli Interni di Hamas ha dichiarato la piena disponibilità del suo governo per agevolare la migrazione degli abitanti della Striscia. “ Ci auguriamo che il valico resti aperto per sempre, e non solo per qualche giorno in risposta al massacro della Freedom Flotilla” ha concluso.

Se l’Egitto apre i confini Israele spalanca di nuovo i cimiteri dentro la Striscia: 5 vittime oggi. Due palestinesi uccisi a Khan Younis nella mattinata e altri tre morti nel pomeriggi sotto i bombardamenti aerei a Beit Lahiya, nel Nord della Striscia.

Murad Muwafi, governatore egiziano del distretto della Sinai settentrionale, ha spiegato l’apertura di Rafah per “alleviarere la sofferenza dei nostri fratelli palestinesi dopo l’attacco.” In realtà se il presidente egiziano Mubarak è un fratello per i palestinesi di nome fa Caino, essendo complice con Israele delle sofferenze di un milione e mezzo di persone durante un assedio lungo ormai 4 anni. Un Caino che non esita a gasare i lavoratori nei tunnel scavati a Rafah e a sparare ai pescatori che si di poco sconfinano nella ricerca del necessario di cui vivere. Che tortura gli attivisti palestinesi e seppelisce in carcere chiunque in Egitto sposi la loro causa.

La complicità a Israele e USA comuque l’Egitto se la fa pagare cara: 2 miliardi di dollari versati ogni anno dalla Casa Bianca al governo del Cairo, e soprattutto una protezione politica e militare che ha permesso a un dittatore come Mubarak di rimanere al suo posto per decenni dinnanzi a cento milioni di suoi sudditi che non vedrebbero l’ora di spezzare le catene.

La CNN turca riferisce di una nuova flotta di aiuti umanitari che si sta organizzando a Istanbul, e questa volta sarà scortata nel mediterraneo dalle navi militari di Erdogan.

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