Iniziare l’anno in si bemolle

1 01 2011

Articolo pubblicato da ArcipelagoMilano, settimanale milanese di politica e cultura.

Ormai da diversi anni, la RAI festeggia il primo gennaio trasmettendo il concerto dalla Fenice di Venezia, intorno alle 12:30. Intanto il resto del globo si sintonizza con il Musikverein di Vienna, addobbato di splendide fantasie floreali, dove i mitici Wiener Philharmoniker si cimentano nei tradizionali walzer della premiata ditta “Johann Strauss & Sons”.

La domanda nasce spontanea, e si è discusso già molto a riguardo… perchè tutto il mondo apre l’anno con le note del Bel Danubio Blu o della Marcia di Radetzky, e invece l’Italia si comporta diversamente, mandando in differita il concerto di Vienna, in coda a quello di Venezia? vorrei dire la mia.

Piccola premessa: intendiamoci, niente da dire sull’esecuzione della Fenice diretta da Daniel Harding, il concerto è stato molto buono, l’orchestra ha suonato molto bene, i cantanti chi più chi meno si sono espressi con qualità (ha spiccato la Rancatore). Eppure, e non me ne vogliano gli amici e colleghi della laguna, è doveroso riconoscere la supremazia viennese: i Wiener sono i Wiener! inarrivabili per il colore del suono, la leggerezza, la precisione, i virtuosismi… Quest’anno poi sono stati diretti da Franz Welser-Moest, che ha dato all’esecuzione un’aurea pacata, soave, sublime, esaltando l’orchestra, a volte senza dirigerla neppure, cercando differenze dinamiche estreme, un suono profondo e leggero, fraseggi lunghi ed emozionanti: e l’intesa delle parti era perfettamente coesa.

Il concerto da Vienna è un evento ormai secolare, una tradizione che continua da anni, che può sembrare conservatrice e chiusa in se stessa, ma che invece è a mio modo di vedere sintomo di grande globalizzazione e di estrema modernità. Un messaggio a tutto il globo, un messaggio di musica, di cultura, di qualità, di bellezza! un messaggio per tutti, diretto a tutti, che tutta Europa, e gran parte del mondo, ricevono contemporaneamente! simbolicamente importante, necessario in questo momento storico e sociale di profonda divisione, in cui razzismo, xenofobia e chiusura sono ancora così presenti nei governi e nelle società mondiali… suona quasi rivoluzionario!

L’Italia invece sembra prendere le distanze: si chiude agli altri, non si sintonizza con questo messaggio universale, e fa per sè, nel nome della tradizione italiana, nel nome della supremazia musicale del nostro paese, dei nostri compositori, dei nostri musicisti, dell’Opera Italiana, snobbando invece una cultura e una tradizione musicale, quella dei walzer viennesi, tacciandola come frivola, ripetitiva, inferiore…

Volendo dire la verità, volendo fare le pulci, e confrontare i due eventi, mi verrebbe da affermare la forte diversità e novità che il programma di Vienna ha segnato rispetto alle edizioni precedenti – mentre invece la Fenice ha riproposto il solito repertorio nazional-popolare (introdotto dall’inno di Mameli); inoltre da segnalare le stupende coreografie dei balletti austriaci, così delicati, ammiccanti, eleganti – a differenza di quelli made in Italy, con un cast “impreziosito” dal ballerino di Maria de Filippi, Kledi Kadiu, visivamente impacciato, e improbabili stacchetti free-style di tre individui che avrebbero dovuto, considerando l’orario di pranzo, provvedere almeno alla depilazione della propria “panza”. Altra differenza abnorme, il pubblico: a Vienna attento, rispettoso, in un’estasi raccolta e generosa, ma soprattutto variopinto, con austriaci vestiti dei loro costumi tradizionali, con giapponesi in kimono, con volti provenienti dalle culture arabe, indiane, asiatiche… a Venezia invece molto rumoroso, rigorosamente veneto, assolutamente non educato, che ha saputo rovinare l’estatica atmosfera che direttore e coro avevano saputo ricreare applaudendo durante l’ultima, lunga, delicatissima nota del Và pensiero… oppure applausi scroscianti e urla da stadio (credo di aver riconosciuto la voce di Aldo Busi, presente nel pubblico, che sbraitava “bravoooo” alla fine dei brani) che ad esempio hanno distrutto la raffinata intenzione conclusiva della Rancatore nell’aria “Oh mio babbino caro” dal Gianni Schicchi di Puccini, quasi a voler dimostrare, urlando e applaudendo per primi, che conoscono il brano e sanno esattamente quando finisce… non rendendosi però conto che in questo modo disintegrano la magia scaturita da un così poetico diminuendo o calando…

In definitiva il messaggio che ne esce,  a mio avviso, è molto dannoso, e soprattutto poco consono alla situazione culturale in cui versa lo stivale: affermare ora la superiorità della cultura del Bel Paese, esaltare l’Opera italiana e i suoi teatri, è come dire che tutto va bene, quando invece la nave sta andando inesorabilmente, e neanche poi tanto lentamente, a fondo. Il 2011 celebrerà i 150 anni dell’Unità d’Italia, ne esalterà l’arte, la cultura, le tradizioni… ma l’immagine che mi sorge è invece il tentativo subdolo di approfittare della situazione, dell’evento, della data, per nascondere la polvere e lo sporco sotto i tappeti.

Sarebbe invece doveroso dare un messaggio onesto e costruttivo, che sia di monito, e che per altro Daniel Harding ha giustamente, e non credo inconsapevolmente, lanciato nel momento di salutare il pubblico a fine concerto: “Grazie all’Italia per la Cultura che ci ha regalato“.

Io mi auguro che presto si possa ringraziare l’Italia per la Cultura che ci regala… fino ad allora, cara Rai, facci iniziare l’anno alla grande, facci cominciare dal si bemolle del Bel Danubio Blu e della Marcia di Radetzky, facci sentire cittadini del mondo… facci ascoltare i Wiener!

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