Quintetto Papageno on the road!

13 09 2014

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Il Quintetto Papageno è prossimo a pubblicare la prima opera discografica!

Sulla rivista Amadeus di Ottobre ci potrete trovare con uno splendido cd e ascoltare nei bellissimi quintetti di Taffanel, Respighi e Nielsen!

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Intanto un piccolo assaggio del disco….. buon ascolto e buona visione!





Non toccate Bonatti

20 03 2013

UnknownLunedi e Martedi sono andate in onda su Rai Uno le due puntate della Fiction “K2: La Montagna degli Italiani”. L’intenzione era ricostruire l’impresa che la squadra di Ardito Desio portò a termine nel ’54, secondo la versione, appurata e ufficializzata solo da pochi anni dal Cai, di Walter Bonatti. In breve, il giorno prima che Lacedelli e Compagnoni raggiungano la vetta, Walter Bonatti scende dall’ottavo (e penultimo) campo verso il settimo per recuperare le bombole d’ossigeno (necessarie alla salita in vetta): con questo carico sulle spalle, insieme ad Amir Mahdi, risale fino all’ottavo campo e di lì fino al luogo in cui Compagnoni e Lacedelli avrebbero dovuto allestire il nono e ultimo campo. I due però non allestiscono il campo dov’era stato previsto la sera prima di comune accordo con Bonatti, bensì circa 250 metri di dislivello più in alto. Bonatti e Mahdi riescono ad arrivare nei pressi del luogo concordato poco prima del tramonto, ma non vengono aiutati da Compagnoni e Lacedelli, che invece d’indicar loro la strada per la tenda si limitano a suggerire da lontano di lasciare l’ossigeno e tornare indietro; cosa impossibile, visto il buio che incombe e l’enorme sforzo che i due hanno già sostenuto. I due si ritrovano così a dover affrontare una notte all’addiaccio nella “zona della morte” con temperature stimate intorno ai -50 °C, senza tenda, sacco a pelo o altro mezzo per potersi riparare. Sopravvivono miracolosamente, mentre Compagnoni e Lacedelli, recuperate le bombole, salgono in vetta e conquistano per la prima volta il K2. Ma secondo la versione dei fatti di Desio, e quindi ufficiale, Bonatti avrebbe prima convinto Mahdi a seguirlo ventilandogli la possibilità di salire in vetta in maniera indipendente; poi avrebbe forzato la permanenza a 8.000 metri nella speranza di sostituire, il giorno seguente, uno dei due alpinisti designati alla salita nel tentativo alla vetta; ed infine, durante la notte avrebbe utilizzato l’ossigeno delle bombole per sostentarsi, intaccandone la scorta, e mettendo a repentaglio il tentativo di vetta stesso. Da quel momento Bonatti inizia a battersi affinché venga pubblicata tutta la verità su quella notte, anche perché la spedizione era stata finanziata con soldi pubblici e pertanto, secondo Bonatti, agli italiani andava fornita la verità sull’impresa. La verità di Bonatti verrà ufficializzata soltanto nel 2004, 50 anni dopo.

Torniamo alla fiction. Una delusione enorme. Per chi ama la montagna, per chi la frequenta, per chi ne conosce la storia.

La regia è improbabile, la sceneggiatura è imbarazzante, il cast è costruito malissimo (l’attore che interpreta il brianzolo Bonatti è siciliano) e le capacità attoriali e di doppiaggio sono ai limiti del ridicolo. Inoltre vengono aggiunti alla storia, tesa a rivelare al mondo una volta per tutte la verità su quella vicenda, elementi “di fantasia” (come specificato nei titoli di coda) assolutamente vergognosi! La moglie di Compagnoni arrabbiata perchè il marito alpinista se ne va per tre mesi, il giovane Bonatti che ama leggiadre donzelle nei fienili, un bambino pakistano che in un bazar ruba l’orologio a Puchoz (l’unico della spedizione che non torna a casa), lo stesso bambino pakistano che poi viene adottato da nientepocodimenoche Riccardo Cassin, la ragazza di Lacedelli che mentre lui è via si sposa con un altro, e poi ovviamente non manca il prete, perchè un po di sano cattolicesimo in una fiction Rai non può mai mancare…

Insomma il trionfo del cliche, del perbenismo, del radicalchic che imperversa nella cultura italiana. In montagna i valori sono altri: non c’è stato alcun tentativo per ricostruire una psicologia complessa e affascinante come quella dell’alpinista. E il soggetto era Bonatti! bastava leggere un suo libro per “capire”!

E vi assicuro che per rendere una storia “alpinistica” interessante e appetibile ad un pubblico poco avvezzo alle grandi altitudini non servono mezzucci tanto subdoli.

Basti pensare al film tedesco “Nord Wand”, che racconta la tragica morte di Toni Kurz nel tentativo di scalare la parte Nord del famigerato Eiger, con tanto di storia d’amore, questa volta trattata con delicatezza e intelligenza. Oppure “Nanga Parbat”, molto simile alla questione K2: anche la verità di Messner (sulla morte del fratello e sul raggiungimento stesso della cima) non era stata accettata per decenni! Un film impeccabile, senza fronzoli o invenzioni superflue: la vicenda è talmente coinvolgente e affascinante che è bastato raccontarla. Basandosi ovviamente e fedelmente sui libri e i resoconti del grande Reinhold.

Invece la Rai, con la scusa di rendere omaggio a Walter Bonatti, un uomo i cui valori e la cui essenza dovrebbero essere di ispirazione per tutti, hanno soltanto saputo usare la sua tragedia personale, una ferita che lo ha dilaniato per 50 anni, per costruirci sopra una favoletta da casalinghe, nè più nè meno come avrebbero reso Don Matteo o Un medico in Famiglia. Walter Bonatti merita rispetto, oppure il silenzio. Come in Montagna.





National Geographic Photo Contest 2012

12 01 2013

Sono stati annunciati i vincitori dell’ultima edizione del Photo contest 2012, il concorso fotografico organizzato dal National Geographic. La società statunitense ha ricevuto più di 22mila iscrizioni al concorso, provenienti da oltre 150 paesi. Le foto sono state divise in tre categorie: Persone, Luoghi e Natura. Da non perdere! Qui un piccolo assaggio, le mie preferite…

Hardangervidda, Norvegia

Hardangervidda, Norvegia

Khao Kheow Open Zoo, Chonburi, Thailandia

Khao Kheow Open Zoo, Chonburi, Thailandia

Squaw Creek, Park Country, Wyoming U.S.A.

Squaw Creek, Park Country, Wyoming U.S.A.

Midigama, Sri Lanka

Midigama, Sri Lanka

Zermatt, Svizzera

Zermatt, Svizzera





Salva il tuo Quelo

9 01 2013
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A:
AIART – Associazione Spettatori Onlus
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Medioevo Italia. Corrado Guzzanti denunciato per vilipendio alla
religione. L’accusa viene dall’associazione telespettatori cattolici Aiart che ha deciso di denunciare il comico e attore romano reo di “aver offeso con battute da caserma il sentimento religioso degli italiani, vomitando insulti e falsità per oltre un’ora di spettacolo”. La trasmissione sul banco degli imputati è “Recital”, di e con Corrado Guzzanti andata in onda venerdì 4 gennaio su La7 in prima serata seguita
tra l’altro da quasi un milione e mezzo di spettatori. Ma la reprimenda mediatica è andata oltre la querela con la richiesta della sospensione del programma.Corrado Guzzanti è uno dei più stimati comici italiani e la sua è sempre stata una satira intelligente, corrosiva ma mai volgare, acuta e mai becera. E la satira sin dall’Antica Grecia ha avuto fra i propri bersagli preferiti proprio la religione, e in particolare gli esponenti pubblici del culto ed il ruolo politico e sociale svolto dalla religione.Con questa petizione intendiamo chiedere all’Aiart di ritirare la denuncia e la richiesta di cancellazione del programma. Lo chiediamo in nome dell’articolo21 della Costituzione, della libertà di espressione e di satira, anche quando l’ironia si abbatte sui potenti di ogni ordine e grado, politici, economici e religiosi. 

Cordiali saluti,
[Il tuo nome]

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FIRMA LA PETIZIONE

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Ascoltare Mozart con l’iPod (a scuola)

26 01 2011

Articolo pubblicato da ArcipelagoMilano, settimanale milanese di politica e cultura.

Nel 1999 Shawn Fanning e Sean Parker creano Napster, il primo sistema di peer-to-peer, grazie al quale è possibile scaricare musica gratuitamente attraverso la rete, condividendola con gli altri utenti (milioni) sparsi per il globo. Nel 2001 Napster perde la battaglia con le case discografiche e chiude per la continua violazione dei copyright: ma è troppo tardi, la rivoluzione è esplosa. I dischi diventano un prodotto vetusto e costoso, i cd fanno spazio agli mp3, di qualità più bassa, ma che leggeri e maneggevoli possono essere contenuti in gran quantità negli iPod. Si può scaricare a pagamento musica da siti specializzati (come l’iTunes Store dellaApple) oppure, violando le regole, attraverso i torrenteMule. L’effetto è devastante: mai tanta musica ha circolato così facilmente e velocemente, le nuove generazioni ne ascoltano a tonnellate, possono accedere con facilità estrema a qualsiasi hit del momento oppure permettersi di scaricare gratuitamente cantautori che non conoscono o gruppi che appartengono al passato (chi vi parla ha “solo” 26 anni, eppure al ginnasio doveva investire l’intera paghetta settimanale per potersi permettere il nuovo cd di Vasco Rossi, o un album storico dei Pink Floyd).

Ma in questa rivoluzione, la musica classica dove si colloca? La portata sarebbe enorme, ma per il momento è alquanto risicata rispetto alle cifre raggiunte dalla musica leggera. C’è chi sostiene, con tanto di saggi e libri pubblicati, che la musica classica sia morta, che la musica colta sia un cadavere in decomposizione, che le nuove tecniche compositive siano prive di significato in questo mondo globalizzato, digitalizzato, on web. Un mondo in cui i giovani s’incontrano più su Facebook che per strada, o preferiscono tifare il nuovo talento di turno sui canali televisivi piuttosto che frequentare una sala da concerto. Troppo comodo metterla su questo piano. Troppo facile sostenere che nel secondo decennio del terzo millennio una canzonetta di Lady Gaga comunichi più che un Lied di Schubert. Un discorso pericoloso, controproducente e in definitiva sbagliato. Invece che crogiolarsi in queste convinzioni ristrette e meschine bisognerebbe approfittare dei mezzi a disposizione per allargare il bacino d’utenza, aprire nuovi canali di fruizione, con l’implicita convinzione che la società in cui viviamo e operiamo, e in particolare proprio quella italiana – alla disperata ricerca di punti di riferimento che siano criteri validi di civiltà, cultura e gusto – abbia bisogno adesso come non mai dei linguaggi “sublimi”, dei poteri terapeutici, e delle peculiarità creative e sociali proprie della musica colta.

Sarebbero molteplici gli esempi validi da cui poter prendere spunto: in Venezuela Antonio Abreu toglie dai barrios, e quindi dalla povertà, dalla droga e dall’analfabetismo migliaia di ragazzi; affida loro uno strumento musicale, garantendo educazione e istruzione, una vita sociale costruttiva, un contatto costante con arte, cultura e creatività, nuove possibilità per il futuro, in definitiva una vita migliore. La stessa cosa, ad esempio, avviene a Ramallah dove i bambini abituati al muro, ai campi profughi, ai check-point, ai tank, alle mitragliate e alle sassaiole possono frequentare gratuitamente la scuola di musica di “Al Kamandjati” e trascorrere le proprie giornate imparando uno strumento musicale, esercitandosi e giocando insieme ai coetanei. La musica quindi non solo come forma di crescita culturale e formativa, ma anche sociale! In questo modo i ragazzi imparano a coesistere, a rispettarsi, a rapportarsi, e relazionarsi con i propri compagni e i propri insegnanti (gli adulti); inoltre si impegnano in qualcosa di creativo, che necessita passione, disciplina, applicazione, inventiva, estro…

Esattamente quello che proponeva la tradizione bandistica, una vera e propria istituzione che è stata fondamentale nel nostro paese ma che è ormai quasi dimenticata, in disuso e che non trova il giusto sostegno da parte dell’amministrazione pubblica. Altro esempio virtuoso in Ungheria: nelle scuole elementari e medie l’ora di musica è sacra, e soprattutto ne è prevista una al giorno e non alla settimana come le ultime legiferazioni di casa nostra hanno decretato! I bambini imparano uno strumento (che non è il piffero), formano un coro, apprendono il solfeggio. Nel nostro paese invece, neanche i ragazzi del Liceo Classico studiano Storia della Musica, che sarebbe oltremodo decisiva per comprendere appieno i risvolti sociali, culturali e storici dalla preistoria a oggi. E ai più piccoli, durante l’ora di musica, insegnanti non specializzati si limitano a proporre programmi superficiali e ad addestrare i piccoli alunni, come fossero scimmiette, in canzoncine spesso ridicole.

Insomma il sistema scolastico italiano sottovaluta deliberatamente la musica, considerandola superflua (meglio imparare a utilizzare un computer), sminuendone l’importanza e l’urgenza in un contesto modernizzato, computerizzato, veloce, che non lascia spazio a creatività e fantasia, e consegnando di fatto alle attuali e prossime nuove generazioni un panorama arido e incolore. I giovani cittadini non dovrebbero “scegliere” di fare musica, iscriversi al conservatorio o a qualche accademia privata (come si sceglie di fare nuoto, giocare a tennis o a calcio), né bastano i laboratori una tantum organizzati dalle orchestre (soprattutto quelle private, che trovano vitale sostentamento economico da queste attività). La musica dovrebbe cioè essere parte costitutiva del servizio educativo statale, elemento integrante dei programmi scolastici, paradigma essenziale della Res Publica!

Magari tra vent’anni i bambini palestinesi non avranno ancora risolto i problemi insormontabili di Cisgiordania e Israele, o i ragazzi venezuelani quelli della criminalità nelle strade di Caracas ma è sicuro che rappresenteranno un aiuto importante e profondo per il progresso sociale, politico e culturale del loro paese. E chissà, magari compreranno anche un disco con le Sinfonie di Brahms, o andranno ad ascoltare i concerti dal vivo, o avranno maturato l’orecchio a tal punto da poter apprezzare gli schemi complicati della musica contemporanea: incrementeranno il mercato e lo sviluppo del mondo musicale, ne espanderanno le destinazioni, ne arricchiranno le prospettive e imporranno soprattutto una migliore selezione qualitativa (e non solo della musica classica).

D’altra parte il sistema venezuelano, dal nulla, in soli trent’anni ha fondato centinaia di orchestre, ha dato speranza a migliaia di giovani, ha creato una miriade di posti di lavoro e di nuove figure professionali, ha scoperto tanti talenti (Dudamel è solo la punta di un immenso iceberg) ed è riuscito nel miracolo di aprire le porte della musica perfino ai sordomuti. Se tutti ci allineassimo in quest’ottica, se nelle scuole s’insegnasse per davvero la musica, se generalmente i progetti culturali mirassero alla qualità, alla condivisione e alla serietà del messaggio musicale magari tra qualche anno, per cominciare, ai primi posti della classifica degli album più venduti su iTunes non comparirebbero più quelle discutibili raccolte con gliAdagi o gli Allegri più famosi e orecchiabili della musica classica, possibilmente i radical chic sarebbero fuori moda, e forse nessuno oserebbe più affermare che Allevi è meglio di Mozart… Sarebbe un primo (notevole oserei dire) passo in avanti. Chissà, potremmo addirittura aspirare a vivere in un paese migliore.

by Eyes on The Railroad





Iniziare l’anno in si bemolle

1 01 2011

Articolo pubblicato da ArcipelagoMilano, settimanale milanese di politica e cultura.

Ormai da diversi anni, la RAI festeggia il primo gennaio trasmettendo il concerto dalla Fenice di Venezia, intorno alle 12:30. Intanto il resto del globo si sintonizza con il Musikverein di Vienna, addobbato di splendide fantasie floreali, dove i mitici Wiener Philharmoniker si cimentano nei tradizionali walzer della premiata ditta “Johann Strauss & Sons”.

La domanda nasce spontanea, e si è discusso già molto a riguardo… perchè tutto il mondo apre l’anno con le note del Bel Danubio Blu o della Marcia di Radetzky, e invece l’Italia si comporta diversamente, mandando in differita il concerto di Vienna, in coda a quello di Venezia? vorrei dire la mia.

Piccola premessa: intendiamoci, niente da dire sull’esecuzione della Fenice diretta da Daniel Harding, il concerto è stato molto buono, l’orchestra ha suonato molto bene, i cantanti chi più chi meno si sono espressi con qualità (ha spiccato la Rancatore). Eppure, e non me ne vogliano gli amici e colleghi della laguna, è doveroso riconoscere la supremazia viennese: i Wiener sono i Wiener! inarrivabili per il colore del suono, la leggerezza, la precisione, i virtuosismi… Quest’anno poi sono stati diretti da Franz Welser-Moest, che ha dato all’esecuzione un’aurea pacata, soave, sublime, esaltando l’orchestra, a volte senza dirigerla neppure, cercando differenze dinamiche estreme, un suono profondo e leggero, fraseggi lunghi ed emozionanti: e l’intesa delle parti era perfettamente coesa.

Il concerto da Vienna è un evento ormai secolare, una tradizione che continua da anni, che può sembrare conservatrice e chiusa in se stessa, ma che invece è a mio modo di vedere sintomo di grande globalizzazione e di estrema modernità. Un messaggio a tutto il globo, un messaggio di musica, di cultura, di qualità, di bellezza! un messaggio per tutti, diretto a tutti, che tutta Europa, e gran parte del mondo, ricevono contemporaneamente! simbolicamente importante, necessario in questo momento storico e sociale di profonda divisione, in cui razzismo, xenofobia e chiusura sono ancora così presenti nei governi e nelle società mondiali… suona quasi rivoluzionario!

L’Italia invece sembra prendere le distanze: si chiude agli altri, non si sintonizza con questo messaggio universale, e fa per sè, nel nome della tradizione italiana, nel nome della supremazia musicale del nostro paese, dei nostri compositori, dei nostri musicisti, dell’Opera Italiana, snobbando invece una cultura e una tradizione musicale, quella dei walzer viennesi, tacciandola come frivola, ripetitiva, inferiore…

Volendo dire la verità, volendo fare le pulci, e confrontare i due eventi, mi verrebbe da affermare la forte diversità e novità che il programma di Vienna ha segnato rispetto alle edizioni precedenti – mentre invece la Fenice ha riproposto il solito repertorio nazional-popolare (introdotto dall’inno di Mameli); inoltre da segnalare le stupende coreografie dei balletti austriaci, così delicati, ammiccanti, eleganti – a differenza di quelli made in Italy, con un cast “impreziosito” dal ballerino di Maria de Filippi, Kledi Kadiu, visivamente impacciato, e improbabili stacchetti free-style di tre individui che avrebbero dovuto, considerando l’orario di pranzo, provvedere almeno alla depilazione della propria “panza”. Altra differenza abnorme, il pubblico: a Vienna attento, rispettoso, in un’estasi raccolta e generosa, ma soprattutto variopinto, con austriaci vestiti dei loro costumi tradizionali, con giapponesi in kimono, con volti provenienti dalle culture arabe, indiane, asiatiche… a Venezia invece molto rumoroso, rigorosamente veneto, assolutamente non educato, che ha saputo rovinare l’estatica atmosfera che direttore e coro avevano saputo ricreare applaudendo durante l’ultima, lunga, delicatissima nota del Và pensiero… oppure applausi scroscianti e urla da stadio (credo di aver riconosciuto la voce di Aldo Busi, presente nel pubblico, che sbraitava “bravoooo” alla fine dei brani) che ad esempio hanno distrutto la raffinata intenzione conclusiva della Rancatore nell’aria “Oh mio babbino caro” dal Gianni Schicchi di Puccini, quasi a voler dimostrare, urlando e applaudendo per primi, che conoscono il brano e sanno esattamente quando finisce… non rendendosi però conto che in questo modo disintegrano la magia scaturita da un così poetico diminuendo o calando…

In definitiva il messaggio che ne esce,  a mio avviso, è molto dannoso, e soprattutto poco consono alla situazione culturale in cui versa lo stivale: affermare ora la superiorità della cultura del Bel Paese, esaltare l’Opera italiana e i suoi teatri, è come dire che tutto va bene, quando invece la nave sta andando inesorabilmente, e neanche poi tanto lentamente, a fondo. Il 2011 celebrerà i 150 anni dell’Unità d’Italia, ne esalterà l’arte, la cultura, le tradizioni… ma l’immagine che mi sorge è invece il tentativo subdolo di approfittare della situazione, dell’evento, della data, per nascondere la polvere e lo sporco sotto i tappeti.

Sarebbe invece doveroso dare un messaggio onesto e costruttivo, che sia di monito, e che per altro Daniel Harding ha giustamente, e non credo inconsapevolmente, lanciato nel momento di salutare il pubblico a fine concerto: “Grazie all’Italia per la Cultura che ci ha regalato“.

Io mi auguro che presto si possa ringraziare l’Italia per la Cultura che ci regala… fino ad allora, cara Rai, facci iniziare l’anno alla grande, facci cominciare dal si bemolle del Bel Danubio Blu e della Marcia di Radetzky, facci sentire cittadini del mondo… facci ascoltare i Wiener!





Vado o Resto?

9 11 2010
Finalmente una trasmissione intelligente, “Vieni via con me” di Fabio Fazio e Roberto Saviano, con ospiti davvero eccezionali: Benigni, Abbado, Vendola, e in qualche modo Falcone. Hanno dimostrato coraggio, hanno detto le cose come stanno, con convinzione e passione, con irriverenza e grazia, con profondita’ e rabbia!
Fili conduttori del programma, gli ELENCHI, e una domanda, “vado via, o resto qui?”.
Ripropongo gli elenchi piu’ siginificativi, in quanto alla risposta… mah…
e intanto rifletto sulla frase che piu’ mi ha colpito, e che, riferendosi a Gomorra di Saviano, piu’ o meno diceva cosi:
“Le favole non insegnano  ai bambini che i draghi esistono, quello lo sanno gia’…le favole insegnano che i draghi possono essere sconfitti” [Roberto Benigni]
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Alcune definizioni del popolo italiano
  • L’italiano ha un tale culto per la furbizia che arriva persino ad ammirare chi se ne serve a suo danno (Giuseppe Prezzolini)
  • Gli Italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre (Winston Churchill)
  • Un popolo di eroi di santi di poeti di artisti di navigatori di colonizzatori di trasmigratori (Benito Mussolini)
  • Questo popolo di santi, di poeti, di navigatori, di nipoti, di cognati… (Ennio Flaiano)
  • Popolo di navigatori che sbarca il lunario (Leo Longanesi)
  • Gli italiani guadagnano netto, ma vivono lordo (Giuseppe Saragat)
  • Gli italiani sono fatti così: vogliono che qualcuno pensi per loro. E poi, se va bene va bene. Se va male, ecco che lo impiccano a testa sotto” (Mario Monicelli)

Finanziamenti pubblici ad alcuni istituti di cultura europei nel 2010

  • British Council (Gran Bretagna): 220 milioni di euro;
  • Goethe Institut (Germania): 218 milioni di euro;
  • Instituto Cervantes (Spagna): 90 milioni di euro;
  • Instituto Camoes (Portogallo): 13 milioni di euro;
  • Alliance Française (Francia): 10,6 milioni di euro;
  • Società Dante Alighieri (Italia): 1,2 milioni euro…che l’anno prossimo diventeranno probabilmente 600 mila euro.

Dichiarazioni dei ministri della cultura europei in merito ai tagli alla cultura

  • Bernd Neumann, Germania: “è proprio in tempi di crisi che si deve lottare per non fare tagli alla cultura perché è il valore e il fondamento che dobbiamo mantenere”
  • Frédéric Mitterrand, Francia: “…La cultura è una risorsa, un aiuto all’orientamento. E io lavoro perché lo sia sempre di più.”
  • Angeles Gonzales-Sinde, Spagna: “Lo stimolo alle industrie culturali è cruciale per l’uscita dalla crisi se si tiene conto che la cultura fornisce il 4 per cento del pil spagnolo e dà lavoro a più di 800 mila persone”
  • Sandro Bondi, ministro italiano della Cultura: “Non vado a chiedere l’elemosina a Tremonti”.
  • Giulio Tremonti, ministro dell’economia: “Fatevi un bel panino con la Divina Commedia”.

Motivi per cui è sbagliato fare tagli alla cultura (legge Claudio Abbado)

  • La cultura arricchisce sempre
  • La cultura permette di superare tutti i limiti
  • chi ama la cultura desidera conoscere tutte le culture e quindi è contro il razzismo
  • la cultura, quindi anche la musica, è ascolto, che è la base del vivere civile e del pluralismo. (Nelle orchestre con cui faccio musica, come ad esempio nell’Orchestra Mozart a Bologna, i musicisti vengono da tutta l’Europa. Alle prove parliamo diverse lingue, ma spesso bastano solo degli sguardi e il sapersi ascoltare l’uno con l’altro)
  • la cultura rende anche economicamente
  • la cultura è contro la volgarità e permette di distinguere tra bene e male
  • la cultura permette di smascherare sempre i bugiardi
  • la cultura è lo strumento per giudicare chi ci governa
  • la cultura è libertà di espressione e di parola
  • la cultura salva (sono stati la musica e i miei figli che mi hanno aiutato a guarire dalla malattia)
  • la cultura porta valori sempre e comunque positivi, soprattutto ai giovani
  • con la cultura si sconfigge il disagio sociale delle persone, soprattutto dei giovani, il loro  sentirsi persi e disorientati
  • la cultura è riscatto dalla povertà (in Venezuela, non certo un paese ricco come l’Italia, José Antonio Abreu ha organizzato un sistema che in trent’anni ha insegnato la musica a 400.000 bambini e ragazzi, spesso salvandoli dalla droga, dalla violenza e dando loro un’opportunità di vita)
  • cultura è far sì che i nostri figli possano andare un giorno a teatro per poter vivere la magia della musica (come feci quando avevo sette anni e una sera alla Scala decisi di riprodurre un giorno quella magia…)
  • la cultura è un bene comune e primario, come l’acqua: i teatri, le biblioteche, i musei, i cinema sono come tanti acquedotti.
  • la cultura è come la vita, e la vita è bella!







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