24/6 il deserto

esco dal taxi, mi avvicino al ciglio dell’abisso, e mi affaccio sull’infinito, con le braccia aperte come a cercare di contenerne almeno una piccola parte. un’immensita’ che toglie il fiato, un senso di vuoto e di pienezza, di calore avvolgente e di glaciale austerita’. gli strati geologici con i crepacci e i burroni, come profonde ferite di un corpo inerme. il colore rosso delle rocce, che si mischia in un tramonto continuo con l’azzurro opaco del cielo… il deserto di giuda!

qualche ora prima…

ci alziamo di prima mattina per emulare il viaggio di alexis e peppe di qualche giorno fa. hebron e bethlem. li lasciamo che ancora dormono: forse andranno in israele, al nord, sulla costa mediterranea. con dario, pierre, gianluca, dario g. e la sua preziosa telecamera, da ramallah col bus 18 fino alla porta di damasco, poi col 21 fino a bethlem. ci aggiriamo per il mercato multicolore, ricco di spezie, carni appese agli stipiti delle porte, verdura e frutta, pane, oggetti vari. sui muri scorgo per la prima volta i poster dei martiri della resistenza, spesso anche le foto di ragazzini.  mi viene in mente la storia di ramzi e la foto di lui che da bambino tira i sassi contro gli israeliani. foto che ha fatto il giro del mondo, e che ora e’ uno sei simboli di alk. durante la prima intifada, quando aveva circa 10 anni, andava a tirare le pietre contro i carro-armati insieme ad un suo amico: un giorno il cingolato lentamente si e’ girato, ha puntato, e ha cannoneggiato sul corpicino innocuo del suo compagno, uccidendolo. dunque rifletto: e’ anche lui un martire? o semplicemente una vittima? e vittima di chi, o di che cosa? e dove sta il confine tra queste due condizioni, tra martirio ed espiazione? 

ramzi da piccolo

entriamo nella basilica della nativita’, chinando il capo per passare attraverso la bassissima porta dell’umilta’. scendiamo alla grotta della nativita’ dove gesu’ sarebbe nato 2008 anni e 6 mesi fa. in questa chiesa la resistenza palestinese si rifugio’ durante l’invasione israeliana del 2002 (erano circa in 200, per un totale di 39 giorni).

l'entrata della basilica della nativita' (porta dell'umilta')

dopo un kebap e una birra fresca, trattiamo con due taxisti. per il corrispettivo di circa 20 euro a testa ci accompagneranno per tutto il pomeriggio, prima a mar saba, poi all’herodion, e infine a hebron. i taxi sfrecciano su lingue d’asfalto in mezzo al deserto. ci fermiamo in un punto panoramico: la visione eccitante!

percorsi una ventina di km, raggiungiamo il monastero greco ortodosso di mar saba, in bilico sulla parete rocciosa di un canyon. l’architettura e’ splendida, la lonely planet ci dice che l’entrata e’ permessa solo agli uomini, le donne devono aspettare in una torre posta vicino all’ingresso. ma niente da fare, come sul monte della tentazione il monaco non ci fa entrare: perche’ secondo lui siamo cattolici. proviamo ad insistere, ma ci spinge letteralmente fuori a spintoni. non serve neanche fargli notare che il dio a cui saremmo supposti credere sia il suo medesimo. fa pensare quanto odio serpeggi tra due religioni cosi vicine, ramificazioni dello stesso credo cristiano: alla luce di cio’ non sorprende piu’ di tanto che possano scoppiare delle guerre  sanguinose tra islam e giudaismo. o che armeni e greco ortodossi si possano prendere a pugni all’interno della chiesa del sacro sepolcro… e’ una presa di coscienza essenziale: la religione e’ troppo legata alla legittimazione del potere terreno, della superiorita’ di un popolo rispetto a un altro, del controllo di un’ economia su un’altra. c’e’ ben poco di liturgico o sacro in tutto cio’. la religione, i fanatismi, gli integralismi, sono spesso maschere. per sfruttare i propri sudditi, i propri adepti, gli “opliti”. e per giustificare reazioni violente, legittimare l’occupazione, e prendere parte alla disinfestazione del “morbo terrorista”. maschere dietro cui ci si nasconde tutti.

aggiriamo l’edifico, scendiamo verso il fiume che spacca in due la vallata, e ammiriamo la magnificenza artistica del sito. la precisione nella costruzione, la fantasia nella struttura, la contestualizzazione cosi efficace e ricca di fascino e magia.

pierre a mar saba

una foto dell'interno  mar saba

uno dei due taxisti, il piu’ anziano, si orienta verso la mecca e prega allah. il piu’ giovane, di circa 20 anni, ma gia’ padre di due figli, non e’ un osservante, e durante il tragitto verso la prossima tappa ci racconta la sua vita, di sua moglie, la prima, allah gliene concede ancora 3 (in questo invece e’ osservante, e gli diamo ragione!).

arriviamo a herodion, antica fortezza di erode il grande, ora interessante sito archeologico, gestito dagli israeliani ovviamente… (nonostante questo non e’ molto ben conservato). una volta edificato il castello, il sovrano ci ha costruito attorno una montagna, rendendolo inattaccabile. ma come per gerusalemme, i nemici si sono introdotti nei cunicoli di raccolta acquifera, conquistando la roccaforte dall’interno. si ritiene che a mo’ di copertura sia stata progettata e realizzata, per la prima volta nella storia, una cupola. i romani avrebbero copiato proprio la novita’ architettonica dell’herodion, per svilupparla in italia. dal cratere in cui sorgono i resti delle stanze del palazzo, scorgiamo numerose colonie israeliane sparse nel territorio circostante: fotografiamo gli occupanti. a tale proposito gianluca ci racconta che l’anno precedente ad un checkpoint un soldato israeliano lo ha invitato ironicamente a fotografare la palestina, “ancora per poco, tra 10 anni non ci sara’ piu’, sara’ tutta nostra“.

herodion

ancora taxi fino a hebron. e’ una delle citta’ piu’ abitate del west bank, ed e’ stato il teatro degli avvenimenti piu’ scellerati della seconda intifada. attorno alle tombe di abramo e di rachele, ebrei e musulmani hanno costruito il proprio tempio: sullo stesso sepolcro si affacciano da un lato la sinagoga, dall’altro la moschea, la stessa in cui pochi anni fa un colono, di nome goldstein, e’ entrato armato e ha fatto fuoco sui fedeli che gli davano le spalle, inginocchiati per pregare. entriamo. e’ un luogo ospitale e tranquillo. scalzi camminiamo sui morbidi tappeti persiani, alcune persone ci fanno strada e ci descrivono la struttura e l’organizzazione dell’edificio. avviene tutto il contrario nella sinagoga: usciamo subito, sopraffatti dal cattivo odore (lo stesso sperimentato al muro del pianto), e innervositi dall’arroganza e dal sospetto dei fedeli e dei rabbini. attorno a questo luogo sacro e ambito, decine di checkpoint, controlli, soldati. ti puntano contro il fucile, ti deridono, ti augurano una buona giornata giocando sulla frase “have a good died“, ti danno del “loser“, perche’ sei un occidentale nel west bank!

hebron

vecchio mercato  mercante

in mezzo alla piazza c’e’ una bancarella che sovrasta il silenzio (disturbato talvolta dal rumore di spari) in modo sarcastico e assurdo: suona a tutto volume musica yiddish. tutta hebron sente questa musica: i palestinesi, nella loro citta’ occupata, oltre a dover ascoltare musica ebraica a tutte le ore del giorno, convivono con 400 coloni. per ogni colono il governo israeliano ha stanziato 4 soldati, 1600 cecchini appostati ad ogni angolo e su ogni tetto. ci aggiriamo nella citta’ vecchia: e’ distrutta, devastata, in totale rovina. tra le macerie si scorge il volto di qualche vecchio, si sente qualche neonato strillare. sono macerie vive, ancora pulsanti, ma nella piu’ totale miseria. i ragazzini girano come randagi. non sono i bambini di ramallah, hanno qualcosa di diverso negli occhi, nei gesti, nel modo di seguirci e di rapportarsi con noi. sono svuotati, lasciati a loro stessi, “liberi di vivere in cattivita’”, non hanno un futuro, hanno perso tutto, anche la speranza (se mai l’hanno avuta). ci seguono e ci guidano nel labirinto di stradine e viuzze, uno di loro si tira dietro un cavallo nero.

  reti

finiamo al vecchio mercato, quello che una volta era un rigoglioso centro di scambio e commercio. ora le stradine sono deserte, le porte dei bazar sono serrate, i segni di violenze dappertutto, i buchi dei proiettili, i muri sconnessi. sopra le nostre teste reti metalliche, per proteggere i palestinesi dal lancio di sassi, bottiglie, rifiuti, feci, acqua sporca, da parte dei coloni e dei cecchini. incontriamo alcuni mercanti, piu’ vicini ad essere mendicanti, gli compriamo qualcosa, una kefia, un bracciale, una borsa… buuuuum! da sopra qualcuno ci ha lanciato un sasso, seguito da una bottiglia di vetro. colpiscono le lamiere, facendo un botto assordante, che ci fa sobbalzare e spaventare. un commerciante ci viene incontro: il suo disincanto e’ struggente: “qui succede, continuamente, qui tutto e’ possile, se vogliono possono anche sparare, e lo fanno“. aggiunge che il mercato lo hanno spostato in un’area piu’ sicura, senza torrette o piani alti da dove i cecchini possano colpire. “un colono puo’ girare per hebron senza problema, e’ protetto a vista dai cecchini durante tutto il suo percorso. non puo’ essere toccato. un palestinese non puo’ girare nella sua citta’ senza la paura di poter essere colpito“.

terrore, sottomissione, occupazione. assediati nel corpo e nell’anima.


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