carta d’intenti

Il diritto alla vita, alla libertà di espressione, all’uguaglianza di fronte alla legge, il diritto al cibo, al lavoro, ad una retribuzione equa e soddisfacente e ad una istruzione libera e gratuita, il diritto di non essere torturati, di non essere discriminati in base al credo religioso e alle convinzioni politiche, il diritto alla libertà di movimento all’interno e all’esterno del proprio paese, il diritto al riposo e allo svago, il diritto di non essere servo e schiavo. Quando il 10 dicembre del 1948 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” sembrò che ognuno dei trenta articoli del testo contenesse una speranza, una utopia, una promessa. Dopo mezzo secolo in almeno due terzi del pianeta nessuna di quelle promesse è stata mantenuta, nessuna di quelle utopie si è realizzata. Al contrario il raggio dei “diritti negati” si è ulteriormente allargato: le discriminazioni razziali nei confronti dei migranti, il traffico delle armi leggere, il ricorso sistematico alle mine anti uomo, alle armi chimiche e alle cluster bombs nei conflitti militari, il fenomeno dilagante del lavoro minorile, dei bambini soldato e dei bambini di strada, la ripresa su vasta scala della tortura e degli omicidi extra giudiziali, il moltiplicarsi dei crimini di guerra, la negazione dei diritti degli omosessuali e delle vittime dell’Aids: tutti questi fenomeni, radicati nel primo, nel secondo e nel terzo mondo, testimoniano in modo inequivocabile che la tutela e la garanzia dei diritti umani elementari è ancora un privilegio riservato ad una ristretta minoranza di cittadini. E che l’applicazione integrale della “Dichiarazione Universale” è ostacolata incessantemente dagli innumerevoli “poteri forti” che dominano sia le società ricche che le società povere.

Di fronte al dovere storico di estendere il godimento dei diritti umani ad un numero sempre maggiore di persone, il ruolo delle attività culturali e delle pratiche artistiche sembra condannato, più ancora delle politiche statali o delle iniziative economiche, all’impotenza e alla subalternità. Ma non è così. La letteratura, la musica, la poesia, le arti visive, il teatro, la danza possiedono, al contrario, una enorme potenzialità comunicativa e sono oggi in grado di creare una “nuova coscienza sociale”: sovranazionale, interlinguistica e multiculturale. La musica, e in particolare quella che appartiene alla cosiddetta tradizione “colta”, grazie alla sua capacità di “parlare senza parole”, possiede un formidabile potere testimoniale: è cioè uno strumento estremamente efficace di diffusione e circolazione delle idee. Lo dimostrano, nel passato, le opere di alcuni compositori come Mozart, Beethoven, Wagner, Schoenberg, attraversate da una forte e costante tensione ideale, e, nel presente, la volontà di testimonianza “etica” di molti tra i più attivi compositori contemporanei e degli esponenti più sensibili della world music.

Sulla base di queste considerazioni un gruppo di associazioni già attive da tempo in Italia e nel mondo nel campo della organizzazione musicale (Eleuthera, Al Kamandjati, Trio Amadei, Associazione Giapponese di Vita Umanistica, Humilitas, Mixis – Musica Etica) ha dato vita ad un movimento, denominato “Musicisti senza frontiere”, il cui scopo principale è quello di promuovere e sostenere, attraverso la musica, la conquista e la difesa dei diritti umani: sia quelli previsti dalla Dichiarazione Universale delle Nazioni Unite, sia quelli generati dai conflitti dell’ultimo mezzo secolo. L’attività del movimento si svolge in due direzioni distinte: da una parte intende portare la musica e la sua capacità testimoniale nei luoghi del mondo dove i diritti umani sono calpestati, ignorati e dimenticati, dall’altra vuole tenere desta l’attenzione sul problema degli Human Rights anche nei paesi dove, almeno in apparenza, la carta delle Nazioni Unite sembra essere applicata e rispettata. In entrambi i casi la forma dell’intervento è quella del concerto, del momento più alto, cioè, in cui il suono, l’unico elemento autenticamente universale dell’espressione musicale, diventa patrimonio comune del compositore, dell’interprete e dell’ascoltatore. Nella persuasione che ogni artista e musicista dovrebbe avere la possibilità di mettere il privilegio della propria conoscenza al servizio di chi non vede riconosciuto alcun privilegio.

Per tradurre nella pratica dell’attività musicale l’idea della difesa dei diritti umani il movimento “Musicisti senza frontiere” ha dato vita, nella prima fase della sua attività, alla Human Rights Orchestra, un gruppo di musicisti provenienti da diverse parti del mondo (Italia, Giappone, Palestina, Venezuela, Slovacchia) spinti da un progetto comune: utilizzare la propria competenza musicale in difesa dei deboli, degli sfruttati, dei dominati, degli esclusi e del riconoscimento dei loro diritti fondamentali. I presupposti che sostengono l’attività orchestrale del movimento sono semplici, ma vincolanti:

  1. La condivisione degli ideali sui quali si fonda il progetto dell’orchestra, ossia la necessità di difendere e promuovere i diritti umani in ogni parte del mondo, combattendo attivamente per la loro tutela.
  2. Il legame indissolubile tra questi ideali e l’attività concertistica: la Human Rights Orchestra non tiene concerti generici o dettati dalla sola logica musicale. Ogni performance è legata ad una specifica campagna di difesa e promozione dei diritti umani e prevede accanto all’esecuzione vera e propria forme di volta in volta diverse di comunicazione extra musicale.
  3. La gratuità della prestazione professionale: i concerti della HRO non prevedono di norma, salvo il caso di iniziative destinate all’autofinanziamento, il pagamento di un cachet individuale. Fatto salvo il rimborso integrale, ove possibile, delle spese di viaggio, di vitto e di soggiorno gli eventuali guadagni in denaro vengono investiti interamente nello svolgimento dell’attività concertistica, nonché nella costituzione e nell’incremento del patrimonio comune (borse di studio da destinare ai musicisti più giovani, acquisto di strumenti musicali, costituzione dell’archivio delle attività, azioni di promozione e di pubblicità, ecc…)
  4. La “trasversalità”: alla HRO aderiscono musicisti di ogni lingua, religione, età, ceto sociale, provenienza geografica e orientamento sessuale.
  5. L’interculturalità : alla HRO aderiscono musicisti di ogni stile e formazione, dalla musica classica alla musica etnica, dalla musica antica alla musica contemporanea.
  6. Autogestione e autofinanziamento: la HRO è interamente autogestita, sia dal punto di vista della programmazione artistica che da quello della gestione economica.
  7. L’attenzione privilegiata per le manifestazioni della creatività contemporanea: i programmi concertistici propongono di volta in volta le opere più adatte all’occasione testimoniale. Opere del passato, dunque, ma anche opere del presente. L’Orchestra, a questo proposito intende commissionare ad alcuni compositori del nostro tempo opere nuove legate in modo più o meno diretto ai temi adottati.
  8. Rapporti organici e continuativi con le altre discipline artistiche: la HRO è consapevole che le pratiche artistiche contemporanee prevedono interazioni sempre più organiche tra le diverse forme di espressione: la musica etnica, le arti visive, la danza, il teatro, la performance, l’installazione, le digital arts, ecc. Agli artisti di ogni latitudine e longitudine la HRO chiede aiuto, stimoli e collaborazione.
  9. I rapporti con la società civile: la HRO intende sviluppare forme di collaborazione e di scambio con le associazioni che operano, su scala mondiale, per la difesa dei diritti umani: ad esempio con Medici Senza Frontiere, Amnesty International, Greenpeace, Emergency, Save the Children, Social Rights.

Il logo e il simbolo dell’orchestra sono regolarmente registrati e tutelati dalle norme internazionali che regolano il copyright. Le associazioni e i membri fondatori non vogliono però in alcun modo detenere il diritto di esclusiva sull’uso di questo “marchio”. La HRO favorirà al contrario i gruppi spontanei di musicisti e/o le associazioni già costituite che ritengano utile e opportuno adottare il nome e il simbolo della HRO in occasione di specifiche iniziative sulla difesa dei diritti umani. Ciascuna iniziativa dovrà essere naturalmente esaminata e approvata dal “Consiglio dei saggi” costituito all’interno del movimento. In questo modo saranno decine e decine, nel mondo, le orchestre e i gruppi a svolgere parte della loro attività all’insegna di questo progetto: potranno nascere, in forma stabile o occasionale, una “Human Rights Orchestra in Venezuela”, una “HRO in Japan”, una “HRO in Palestine” oppure, a seconda dell’organico impiegato, una o più Human Rights Chamber Orchestra, uno o più Human Rights Ensemble e così di seguito. I complessi che sceglieranno questa denominazione potranno di volta in volta aderire a campagne promosse da associazioni no profit, organizzazioni non governative o gruppi di cittadini, oppure promuovere essi stessi iniziative specifiche.

La Human Rights Orchestra intende porre ogni anno al centro della propria attività un tema dominante: il diritto alla cultura e alla gratuità dell’istruzione (con particolare riferimento all’ istruzione musicale), il diritto al possesso libero e gratuito delle risorse idriche, la campagna di moratoria delle armi nucleari saranno ad esempio, nei prossimi anni, i temi cardine intorno ai quali verrà costruita la programmazione. L’orchestra si rende comunque disponibile ad intervenire di volta in volta in campagne o iniziative che non rientrino strettamente nell’ambito del tema dominante. Elemento essenziale e discriminante per la partecipazione alle attività delle diverse HRO è comunque l’associazione libera e gratuita al Movimento “Musicisti senza frontiere” e ai principi che hanno ispirato la sua nascita.

[fonte http://musiciansforhumanrights.org/]

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