Ecco l’autopsia della strage sulla Flotilla: VERGOGNA!

5 06 2010

Oggi, mentre la Rachel Corrie veniva scortata dalle forze navali israeliane verso il porto di Ashdod (i contatti radio e il radar del cargo irlandese sono stati prima oscurati, poi, ignorate le richieste della marina israeliana di cambiare rotta, l’imbarcazione è stata deviata. Senza scontri) … mentre Washington dichiara che “le attuali disposizioni del blocco di Gaza sono insostenibili e vanno cambiate” … mentre Erdogan, il Premier Turco, sta valutando se usare la sua Marina per rompere l’assedio di Gaza (lo scrive Debkafile, un sito considerato vicino all’intelligence israeliana, che cita i servizi segreti turchi) e starebbe addirittura pensando di salire a bordo egli stesso di un futura nave di attivisti filo-palestinesi, convinto che Israele non avrebbe il coraggio di intervenire per bloccarlo … mentre in Svezia i lavoratori portuali hanno deciso di boicottare Israele, impedendo l’ingresso nei porti delle sue navi e delle sue merci … mentre a Sidney, in Australia, migliaia di dimostranti si sono riuniti di fronte al municipio e hanno bruciato una grande bandiera di Israele … mentre, in visita a Cipro, il Papa ha esortato a pregare e a lavorare per raggiungere la pace, la stabilità e la riconciliazione in Medioriente (dichiarando “Nessuno può trascurare la necessità di appoggiare i cristiani in una regione segnata dai problemi”) …

…il quotidiano britannico The Guardian ha pubblicato in esclusiva i risultati dell’autopsia dei nove attivisti turchi uccisi dalle forze armate israeliane nel corso del blitz contro la Freedom Flotilla. Le vittime sono state raggiunte da almeno una trentina di colpi d’arma da fuoco, pallottole da 9 millimetri, sparate in molti casi da distanza ravvicinata. Cinque delle vittime sono state colpite alla testa, scrive il medico legale turco, incaricato di effettuare le autopsie dal ministero della giustizia di Ankara. Ibrahim Bilgen, 60 anni, è stato colpito da 4 proiettili alla tempia, al petto, ai fianchi e alla schiena. Un diciannovenne, Fulkan Dogan, con cittadinanza americana, è stato raggiunto da cinque colpi sparati da meno di 45 centimetri, alla faccia, alla nuca, due volte alle gambe e una alla schiena. Altri due uomini sono stati uccisi da almeno quattro colpi ciascuno e cinque delle vittime hanno ricevuto proiettili nella schiena, ha riportato Yalcin Buyuk, vicepresidente della commissione di medicina legale.

VERGOGNA!

[fonte: Repubblica]

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Freedom Flottila prima…

1 06 2010

In riva al mare, mentre le navi della solidarietà provano a salpare verso la Striscia

di Vittorio Arrigoni
La notte del 15 febbraio 1988 un’imbarcazione esplodeva nel porto cipriota di Limassol. Si trattava dell’Al Awda (“il ritorno”) ed era carica di aiuti umanitari destinati ai profughi in Palestina. Il Mossad che collocava una bomba sul quello scafo qualche ora prima aveva ucciso i tre membri dell’OLP incaricati della missione.
Ispirati da quel primo tentavo tragicamente fallito di rompere l’occupazione via mare, il 23 agosto 2008 una quarantina di attivisti provenienti da ogni angolo del pianeta navigando su due fragili pescherecci riuscirono nell’impresa di sbarcare a Gaza, infrangendo un assedio che durava dal 1967. In seguito a quell’epica missione, di cui ebbi l’onere e l’onore di far parte, altre 4 volte gli attivisti del Free Gaza Movement riuscirono a condurre barche cariche di aiuti e attivisti all’interno della Striscia. Durante e dopo il massacro israeliano del gennaio 2009, tre ulteriori sbarchi furono violentemente impediti dalla marina israeliana: i pacifisti attaccati in acque internazionali come da pirati fuoriusciti dalla più fantasiosa delle pagine di un moderno Salgari. Nient’affatto arresi, quegli attivisti ci riprovano in questi giorni uniti in una coalizione internazionale denominata Freedom Flottila: 9 navi, tonnellate di aiuti umanitari necessari per una popolazione ridotta allo stremo, circa 800 passeggeri. Una rappresentanza della società civile mondiale stanca dell’immobilismo omertoso dei governi dinnanzi alla lenta ma costante pulizia etnica dei palestinesi. Amnesty International e le maggiori ong per i diritti umani hanno dato il loro benvenuto alla spedizione, cosi’ come recentemente ha fatto John Ging, capo dell’agenzia per i profughi dell’ONU. Al varo dei vascelli sono stati scelti dei nomi evocativi: come “Libertà” e “Gaza libera”. “8000”, la nave passeggeri dell’ European Campaign To End The Siege ricorda le migliaia di prigionieri politici seppelliti vivi nelle carceri israeliane. La nave cargo del Free Gaza Mov. battente bandiera irlandese è stata battezzata Rachel Corrie, in onore dell’attivista dell’ISM schiacciata a Rafah nel 2003 da un bulldozer dell’esercito Tsahal. Sebbene cariche di 10mila tonnellate di aiuti risulta evidente che lo scopo principale della missione non è umanitario, ma politico, i passeggeri in rotta verso Gaza hanno le idee chiare a tal proposito:
“I nostri governanti non compiono le mosse necessarie per fermare i crimini d’Israele, così spetta a noi, cittadini normali ma con coscienza, fare qualcosa per lenire le sofferenze degli abitanti di Gaza. Puntiamo dritto verso questo assedio ingiusto per romperlo”.

Inge, attivista belga
“Il ricordo dello sbarco a bordo della Free Gaza nell’agosto 2008 è ancora qualcosa di incredibilmente vivo in me. I miei ultimi due ultimi tentativi non sono riusciti. Sono quindi felice di avere un’altra chance per tornare a riabbracciare gli amici della Striscia con la flottiglia della Libertà.”

Mary, nonna statunitense.
“Questa è una missione stimolante, e serve come esempio di ciò che la gente normale può realizzare quando si organizza guidata da senso di giustizia e solidarietà.”

Ewa, attivista polacca.
“Percipisco l’urgenza umana di portare una testimonianza fisica alla gente di Gaza schiacciata dall’assedio, la percezione costante che solo condividendo le sofferenze dei più deboli possiamo migliorare questo schifo di pianeta.”

Manolo, filmmaker italiano
“Il mio desiderio è quello di documentare dal vivo un evento importante, qualunque sarà il suo esito finale, e di rivedere quel luogo pieno di dignità e forza, nonostante l’assedio e la sofferenza.”

Angela, giornalista italiana.
“Vengo da Barcellona, una città nel 1936 fu invasa da migliaia di volontari da tutto il mondo che si sono uniti ai miei connazionali nella lotta contro il fascismo. Come spagnolo, ho sempre ritenuto doveroso ripagare questo debito al mondo. Unirsi al movimento Free Gaza e all’ ISM ed a agli altri amanti della libertà è per me come partecipare ad una causa simile a quella lotta, nel1936. Contro il fascismo, contro il sionismo. Contro l’esistenza di stati etnicamente puri nel secolo XXI. Documentero’ l’assedio di Gaza affinchè un giorno, quando le porte sarrano aperte, un giorno, nessuno possa dire “Io non sapevo cosa stava succedendo”.

Alberto, filmmaker spagnolo.

“Sbarazzarsi dell’ assedio e assicurarsi che le 44 tonnellate di attrezzature mediche a bordo della Rachel Corrie raggiungano la popolazione di Gaza. Palestina libera!”.


Hasan, medico e profugo palestinese.

Israele che ha gettato di nuovo la maschera sulla sua natura di oppressore e criminale, ha già minacciato l’assalto alla flotta carica di attivisti e aiuti umanitari in acque internazionali, in palese trasgressione di tutti i trattati internazionali. Ci auguriamo che i governi europei vigilino affinchè l’incolumità dei passeggeri sia tutelate, e che gli la spedizione possa giungere alla sua meta designata.
Sin dai tempi dei cananei, gli antenati dei palestinesi e nel corso dei secoli il porto di Gaza è stato crocevia di popoli e di culture, di scambi commerciali e traffici di spezie preziose, anello di congiunzione fra Africa Asia ed Europa. Ora sigillato dall’assedio è una finestra nel vuoto che collima col baratro delle speranze di libertà e pace per il futuro dei palestinesi. Salperemo con un centinaio di rudimentali imbarcazioni, tutte la flotta dei pescherecci della Striscia incontro alla Freedom Flottila, per ridare senso all’esistenza di un porto da troppi anni ormai ridotto a simulacro di oppressione.”

…e Freedom Flottila dopo





Embargo per Israele e per il Giornale!!!!

1 06 2010

Mentre Internazionale scrive…

“Le forze armate israeliane hanno attaccato un convoglio di aiuti umanitari diretto a Gaza. Almeno 16 civili, quasi tutti turchi, sono stati uccisi nel raid compiuto quando la nave, la Mavi Marmara, si trovava in acque internazionali. Lunedì mattina presto, come minacciato fin da quando la Freedom Flotilla era partita dalla Turchia per la Striscia di Gaza, Israele ha intercettato il convoglio, composto da sei navi, che trasportava centinaia di attivisti di vari paesi e diecimila tonnellate di aiuti umanitari. Un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato che i militari hanno aperto il fuoco dopo essere stati assaliti con bastoni e coltelli dagli occupanti della nave che il commando cercava di bloccare, scrive Ha’aretz. Si è anche diffusa la notizia della morte del leader palestinese Raed Salah, che probabilmente si trovava a bordo. Se la sua morte fosse confermata, scrive Amos Harel sempre su Ha’aretz, la rabbia dei palestinesi potrebbe esplodere. Sarebbe l’inizio della terza intifada.”

…Intanto il Giornale titola…

CHE VERGOGNA!!!






Il Piano Pier-Marshall

4 02 2010

Berlusconi parla al Parlamento Israeliano e incontra Abu Mazen nei Territori: un tutt’uno di contraddizioni e messaggi pericolosi!

Alla Knesset. Sono onorato, il mio Paese e’ onorato di essere qui e di parlare in questo parlamento, che è il simbolo stesso della democrazia“. Peccato che nessuno abbia spiegato al nostro Premier che il tanto democratico Stato d’Israele non abbia ancora una Costituzione riconosciuta, ma di questi tempi questo sembra non essere poi tanto discriminante…Il Premier rincara la dose affermando che Israele rappresenta “il più grande esempio di democrazia e di libertà nel Medio Oriente. Per noi, come hanno detto sia il Papa Giovanni Paolo II che il Rabbino Elio Toaff, il popolo ebraico è un ‘fratello maggiore e noi, liberali di tutto il mondo, vi ringraziamo per il fatto stesso di esistere“.

Arriva pronta e benevola la risposta di Benyamin Netanyahu: “Italia è diventata paese di punta contro l’antisemistismo e il negazionismo. Silvio, tu sei un grande leader coraggioso, Israele ha un grande amico in Europa“. Apprezzamenti davanti ai quali  il Cavaliere rilancia l’auspicio che Israele diventi “membro a pieno titolo dell’Unione Europea“. Tale e’ l’appoggio del presidente del Consiglio ad Israele che arriva addirittura a definire “una reazione giusta” ai missili di Hamas da Gaza, l’attacco israeliano (Operazione Piombo Fuso) che provocò morti, polemiche, e la condanna dell’Onu!  “Israele è davvero il simbolo di questa possibilità di essere liberi e di far vivere la democrazia anche al di fuori dei confini dell’Occidente, ed è proprio per questo che risulta una presenza intollerabile per i fanatici di tutto il mondo“. In questo modo l’Italia riconosce in Israele un faro di democrazia e liberta’ nel mondo incivilizzato, un avamposto di liberalita‘ (e buoni affari?)… Invece, caro Premier, “avamposti” in quelle terre sono da considerarsi le colonie… anche queste un faro di democrazia? di liberta’? o forse di ingiustizia, ineguaglianza, disequita’..?

Il Premier insiste: “Mi sento davvero uno di voi. Mi sono sentito davvero uno di voi il giorno in cui ho visitato Auschwitz – e qui Berlusconi viene interrotto da 12 applausi – Viva Israele, Viva l’Italia, Viva la pace e la libertà!“. Sembra inneggiare ai cori da stadio che i suoi adepti gli dedicano ai comizi… “Uno di noi, Silvio uno di noi, uno di noooooiiii”… Viva Israele, Viva l’Italia, Viva gli slogan cretini, Viva la guerra e il fascismo del nuovo millennio!

Dopo il discorso, il premier si è recato nei Territori per incontrare il leader dell’Anp, Abu Mazen. E proprio da uno dei più stretti consiglieri politici del presidente palestinese Abu Mazen, Nemer Hammad, manda un secco messaggio al premier. “Quella degli israeliani a Gaza fu un’aggressione: c’è un rapporto che si chiama Goldstone sui crimini israeliani e qualunque cosa dica il premier Berlusconi non cambia la realtà“. Per fortuna.

Nei Territori. Nel corso della conferenza stampa con Abu Mazen, Berlusconi è tornato a offrire la disponibilità dell’Italia per la promozione di un “piano Marshall” per i territori occupati: “Non c’è pace senza benessere” afferma Berlusconi (e mi piace pensare che in sovrimpressione scorresse il sito di MediaShopping): beh, non vorrei peccare di arroganza, non e’ certo la mia materia, ma mi sembrerebbe semmai corretto dire che prima del “benessere” servirebbero giustizia, equita’, aiuti politici veri e fermi, w quindi la “pace” stessa! E poi cosa si intende con benessere, avere la televisione?! Comunque, a parte questi “dettagli”, a un giornalista che gli chiede di confermare il giudizio positivo sulla rappresaglia di Gaza, risponde in tono meno netto: “Come è stato giusto piangere le vittime della Shoah così è giusto manifestare dolore  per quanto che è successo a Gaza. Sempre, quando alla pace si sostituisce la guerra, alla ragionevolezza si sostituisce la violenza, viene meno l’umanità ed il rapporto tra gli uomini“. Chissa’ che pensavano alla Knesset in questo momento…

Comprendiamo l’esigenza di un fermo all’espansione degli insediamenti di Israele“, che è una “condizione necessaria per avviare i negoziati in modo proficuo“, ha detto ancora Berlusconi. E qui sono d’accordo! Ma perche’ dirlo ai Palestinesi? forse che non lo sappiano gia’? forse bisogna avere il coraggio e l’onesta’ di dirlo dall’altra parte, o al proprio deputato Fiamma Nirenstein, unico parlamentare nel mondo a possedere una proprieta’ all’interno di una colonia!

Dopo aver dichiarato in apertura di conferenza stampa di aver “fotografato” la situazione, a un giornalista che gli chiedeva che impressione gli avesse fatto il muro costruito da Israele in Cisgiordania ha risposto: “Non me ne sono accorto, stavo prendendo appunti e riordinando le idee sulle cose che dovevo dire al presidente Abu Mazen. So di deluderla, me ne scuso“. Vi assicuro che il muro e’ spropositato, e inevitabilmente ci si passa in mezzo, come ha fatto a non vederlo?! e poi stento a credere che chi fosse in macchina con lui non glielo abbia fatto “notare”. E’ una risposta offensiva, ingiusta, incoerente e connivente… inevitabile apice di una visita di Stato che sa piu’ di propaganda e di viaggio d’affari.

[dichiarazioni tratte da Repubblica]





Israele confessa l’uso di fosforo bianco

2 02 2010

Due ufficiali dell’esercito israeliano sono sotto inchiesta accusati di aver usato armi al fosforo bianco durante l’operazione militare Piombo fuso a Gaza lo scorso anno. “Queste ammissioni contenute in un rapporto consegnato alle Nazioni Unite da Israele confermano le accuse di alcune organizzazioni non governative che avevano già denunciato l’uso di queste armi a Gaza”, racconta Ha’aretz.

Gli ufficiali Eyal Eisenberg e Ilan Malka hanno subìto provvedimenti disciplinari per aver abusato del loro potere decidendo di usare il fosforo bianco in un’operazione a Tel al-Hawa, un quartiere meridionale della Striscia di Gaza , il 15 gennaio 2009, due giorni prima della fine dell’intervento militare nell’area.

“Durante un combattimento con Hamas, che secondo l’intelligence israeliana possedeva missili antitank, è stato deciso di usare il fosforo bianco per coprire le operazioni dell’esercito e rendere più difficile la visibilità per Hamas. Centinaia di munizioni al fosforo sono state lanciate nella zona e hanno colpito alcuni civili palestinesi e degli impiegati dell’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per i soccorsi e il lavoro”, racconta il quotidiano israeliano.

Molte organizzazioni umanitarie presenti nell’area hanno denunciato l’illegittimità dell’uso di queste armi che violano le convenzioni di Ginevra, ma Israele si difende dall’accusa sostenendo che le armi sono state usate in aree lontane dai centri abitati e che altri eserciti occidentali usano comunemente il fosforo bianco.

[fonte: Internazionale]





Gaza, un anno dopo

8 01 2010

di Hamira Hass per Internazionale

L’offensiva israeliana ha fatto del popolo palestinese il vero perdente

A un anno di distanza, il quadro è chiaro. Da Gaza sono usciti due vincitori: Israele e Hamas. Il rapporto Goldstone e le voci sui mandati di cattura contro alcuni militari e politici israeliani danno l’impressione che Israele sia sulla difensiva. Ma non possiamo ignorare il fatto che quell’offensiva sproporzionata – che si è lasciata dietro 1.400 morti, 600mila tonnellate di macerie e un terzo delle terre coltivabili bruciate – ha costretto Hamas a ridurre notevolmente i suoi attacchi contro Israele.

Per gli israeliani che credono ai discorsi ufficiali, l’offensiva ha quindi raggiunto il suo scopo: niente più razzi Qassam, niente più notti insonni, niente più giorni di terrore. La politica della deterrenza ha funzionato. L’offensiva ha ricordato ad Hamas che le sue armi sono inferiori a quelle di Israele. Ha fatto capire agli abitanti di Gaza che l’idea di Hamas di essere come Hezbollah è senza fondamento.

Il progetto di Hamas
Le armi artigianali di Hamas e i suoi missili della seconda guerra mondiale hanno permesso a Israele di usare Gaza e la sua popolazione per una imponente esercitazione militare e per testare la sua tecnologia d’avanguardia. Gli hanno permesso di praticare la guerra del futuro: nel mondo di oggi le azioni sono giudicate in base ai risultati. I governi occidentali, ma anche Russia e Cina, non possono ignorare questi risultati, e probabilmente varie penne internazionali sono già pronte a firmare assegni per finanziare l’industria israeliana degli armamenti high-tech.

Lo sdegno dell’opinione pubblica internazionale non è riuscito a mettere fine neanche all’embargo contro Gaza. È servito solo a far pressione sull’Egitto perché aprisse la frontiera di Rafah, ma non su Israele, che continua ad avere le chiavi della prigione. Il governo di Hamas a Gaza non permette di discutere pubblicamente della vittoria di Israele. Da diciassette anni a questa parte i palestinesi sono sempre stati riluttanti a imputare ai loro leader la responsabilità delle sofferenze imposte da Israele. Continuano a tenere separati gli errori del loro governo dai metodi oppressivi degli occupanti.

Ma mentre l’Olp ha sempre lasciato spazio alle critiche interne, Hamas mette a tacere chi dissente accusandolo di collaborazionismo. Nonostante le sue formali richieste di interrompere il blocco, il vero scopo di Hamas è far aprire solo la frontiera di Rafah con l’Egitto e lasciare chiusi gli altri passaggi (verso Israele e verso la Cisgiordania), perché non vuole che gli abitanti di Gaza scoprano la relativa libertà della Cisgiordania. E anche perché una riconciliazione con Fatah porterebbe a nuove elezioni e a nuove alleanze. Questo impedirebbe ad Hamas di imporre il suo progetto religioso e sociale a una popolazione prigioniera e di dimostrare che può creare un modello di società islamica. Per essere un partito che non gode di alcun riconoscimento ufficiale, il suo impatto sulla politica mondiale è enorme.

I leader di Fatah in Cisgiordania fingono di essere preoccupati per Gaza. Ma in realtà sono impegnati a recuperare un po’ d’influenza sui loro cittadini, garantendo una certa distensione economica e una migliore amministrazione. I due partiti palestinesi non hanno alcuna fretta di riconciliarsi: il consolidamento dei loro regimi diametralmente opposti è la cosa più importante per entrambi. Perciò Hamas è libero di stringere la morsa sulla popolazione, allo scopo, tra l’altro, di impedire che siano messi in discussione i suoi metodi coercitivi e la logica della sua “resistenza”. La sua politica interna consiste nel separare uomini e donne e nell’estromettere le donne dalla sfera pubblica, imponendo l’abito islamico, controllando le organizzazioni di beneficenza, incoraggiando la poligamia e minacciando le ong meno accomodanti.

I principali sconfitti
Hamas si vanta del fatto che negli ultimi quindici anni la sua strategia di resistenza ha vanificato gli accordi di Oslo, impedendo ai traditori dell’Olp di arrendersi. Questo gli permette di rafforzare la sua immagine eroica agli occhi dei musulmani e della sinistra europea. I suoi ammiratori, però, non tengono conto del fatto che negli ultimi vent’anni Israele ha sempre cercato di dividere Gaza dalla Cisgiordania. La strategia di Hamas si adatta benissimo a quella di Israele, ma non lo si può dire per non macchiare la sua immagine.

Chi sono, invece, i perdenti? Senza dubbio, l’ormai indebolita Fatah. Poi l’unità dei palestinesi: un tempo l’uccisione di un bambino a Gaza provocava manifestazioni in tutta la Cisgiordania. Oggi i suoi abitanti non conoscono neanche i nomi delle vittime di Gaza. Ma i veri perdenti sono gli abitanti di Gaza, costretti ad ammettere che lo sdegno internazionale per la loro sofferenza e i miliardi di dollari promessi per la ricostruzione non hanno cambiato nulla. E che loro sono ancora prigionieri di Israele e di un regime interno sempre più repressivo.

Amira Hass è una giornalista israeliana. Vive a Ramallah, in Cisgiordania, e scrive per il quotidiano Ha’aretz





THE GAZA FREEDOM MARCH

7 01 2010

A un anno dall’operazione Piombo Fuso, ecco un messaggio di Roger Waters, in sostegno al Movimento The Gaza Freedom March, che meglio non potrebbe esprimere il pensiero di EyesOnTheRailroad…

27 December 2009

My name is Roger Waters. I am an English musician living in the USA. I am writing to express my great admiration for and solidarity with the 1360 men and women from 42 different countries around the World who are gathering in Egypt, preparing for The Gaza Freedom March. We all watched, aghast, the vicious attack made a year ago on the people of Gaza by Israeli armed forces and the ongoing illegal siege. The suffering wrought on the population of Gaza by both the invasion and the siege is unimaginable to us outside the walls. The aim of The Freedom March is to focus world attention on the plight of the Palestinian people in Gaza in the hope that the scales will fall from the eyes of all, ordinary, decent people round the world, that they may see the enormity of the crimes that have been committed, and demand that their governments bring all possible pressure to bear on Israel to lift the siege.

I use the word ‘crimes’ advisedly, as both the siege and the invasion have been declared unlawful by United Nations bodies and leading human rights organizations. If we do not all observe international law, if some governments think themselves above it, it is but a few short, dark, steps to barbarism and anarchy.

The Gaza Freedom March is a beacon to all those of us who believe that under the skin, we are all brothers and sisters, who must stand shoulder to shoulder, if we are to make a future where all have recourse to law and universal human rights. Where life, liberty, and the pursuit of happiness is not just the preserve of the few. All the oil in The Middle East is not worth one child’s life. So to those of you who march, I tip my hat. It is a brave and noble thing you do, and when you reach your goal please tell our Palestinian brothers and sisters, that out here, beyond the Walls of their Prison, stand hundreds of thousands of us in solidarity with them. Today, hundreds of thousands, tomorrow, millions, soon, hundreds of millions. We Shall Overcome.

Roger Waters









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