Paura & Delirio a Ramallah

22 01 2013

“THIS IS REAL” paura e delirio a ramallah –una storia quasi vera

 

birra. tantissima birra. era il mio compleanno e festeggiavo da solo, lontano migliaia di km da casa. birra. collezionavo bottiglie sul bancone. vuote. sulla prima ci avevo messo anche una candelina, incastrata nel collo. birra, quanta birra. ne finivo una, ne ordinavo un’altra, e nell’attesa fischiettavo nel contenitore vuoto. sempre la stessa  nota, cupa e sorda. nel bar pochi individui, anch’essi con una birra in mano, alcuni si passavano un narghilè. l’ambiente ne assorbiva l’odore dolciastro e il fumo intenso. ordinai l’ennesima birra. “this is the last one, we are closing” mi disse il barista dai baffi a sparviero e dalle erre pronunciate. brindai a me stesso, la tracannai d’un fiato e spensi la candelina. fuori l’oscurità mi avvolse. iniziai a camminare senza una direzione, perso in un dedalo di vicoli, tetri e silenziosi. vagavo mezzo ubriaco nel cuore della città vecchia, nel buio piú totale. nessun lampione in questa città, nessuna finestra illuminata. soltanto scheletri di palazzi mostruosi che invadevano le strade con arti di pietre e massi divelti, con occhi vuoti come abissi, e sagome di acciaio dalle forme più inquietanti che si allungavano gelide nel tentativo di metter fine alla mia passeggiata notturna. in giro neanche un’anima, ma d’altronde sa’yd mi aveva allertato: di notte nessuno e’ al sicuro tra le vie di ramallah. barcollando inciampavo nelle recenti macerie e nelle rovine passate, sprofondavo in crateri di terra esplosa, nelle impronte di antichi e pesanti giganti, e nei solchi dei più moderni e veloci cingolati. desolazione terrificante e squallore spettrale mi stavano per inghiottire. cercavo di correre via, ma come negli incubi di quando ero bambino, le mie ginocchia erano di gesso, addormentate e indipendenti, e mi costringevano in quella dimensione claustrofobica e delirante. la testa mi scoppiava. una corona di spine, souvenir del luogo, conficcata nelle mie tempie. ma peggio ancora, la mia vescica pulsava a 180 di metronomo. dovevo assolutamente pisciare. come per incanto innanzi a me si palesò un altissimo muro che si stagliava contro il cielo plumbeo. avanzai fino a poterlo toccare e mi ci lasciai cadere contro. la mia fronte calda e madida di sudore contro il cemento freddo, e gli occhi fissi sulla parete. li volsi di lato con un lento e impercettibile movimento della testa. prima a sinistra, poi a destra. e vidi una muraglia infinita che si snodava sulla brulla terra assecondando i pendii come un lungo serpente di cui non si riusciva a vedere nè capo nè coda. senza spostare di un millimetro la mia fronte, che mi reggeva in una posizione vagamente eretta, e soprattutto utile alla causa, lo cercai nei pantaloni e lo tirai fuori. chiusi gli occhi e mi abbandonai alla sensazione di sollievo provocata da quel sibilo familiare. ma ad un tratto una forza misteriosa mi spinse indietro, facendomi a) perdere l’equilibrio e di conseguenza b) bagnare scarpe, mutande e pantaloni. fui sopraffatto da nubi di polvere e calcinacci, e al di là del muro un rumore assordante di motori rombanti e ruspe urlanti, e fari impazziti nella notte profonda. caddi a terra. terrorizzato strisciai indietro. il mostro mi veniva incontro! il muro stava avanzando! e nella mia direzione! mi misi in piedi e cominciai a correre, improvvisamente lucido e risvegliato dall’oblio, senza voltarmi indietro, per paura di diventare una statua di sale. corsi per minuti che mi parvero ore, rituffandomi nei vicoli dell’antico borgo che adesso rappresentavano l’unica via di salvezza. inciampai su qualcosa, forse era un pallone sgonfio, e caddi. gli oggetti persero i loro contorni e come in un repentino diminuendo tutto intorno a me scomparve. mi risveglió dal brutto sogno la nenia rauca del muezzin, il sole era già alto. mi ritrovai steso su una pila di tappeti, al fresco, in un piccolo bazar. qualcuno mi doveva aver trovato svenuto per strada. cercai il benefattore dentro il negozio, e non trovando nessuno andai a vedere fuori. e cosí lo vidi. ancora più alto di come mi era sembrato la notte prima. e poi vidi le ruspe, e i lunghi colli gialli delle gru. andai contro il muro e vi appoggiai la fronte come avevo fatto qualche ora prima. guardai di nuovo a destra, e poi a sinistra. e questa volta vidi che il lungo e mostruoso serpente di cemento era spezzato in più punti e che le sue squame e tasselli venivano spostati da braccia meccaniche. il muro stava ancora avanzando, e famelico mangiava la terra che si trovava davanti. ne rimasi sconvolto. ritornai a guardare fisso davanti a me la parete gelida e disumana, per tornare nel sogno. ma qualcosa mi distrasse. misi a fuoco. piccoli segni, che qualcuno aveva scritto con un pennarello nero. apposta per me.

“this is real”.

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Ecco l’autopsia della strage sulla Flotilla: VERGOGNA!

5 06 2010

Oggi, mentre la Rachel Corrie veniva scortata dalle forze navali israeliane verso il porto di Ashdod (i contatti radio e il radar del cargo irlandese sono stati prima oscurati, poi, ignorate le richieste della marina israeliana di cambiare rotta, l’imbarcazione è stata deviata. Senza scontri) … mentre Washington dichiara che “le attuali disposizioni del blocco di Gaza sono insostenibili e vanno cambiate” … mentre Erdogan, il Premier Turco, sta valutando se usare la sua Marina per rompere l’assedio di Gaza (lo scrive Debkafile, un sito considerato vicino all’intelligence israeliana, che cita i servizi segreti turchi) e starebbe addirittura pensando di salire a bordo egli stesso di un futura nave di attivisti filo-palestinesi, convinto che Israele non avrebbe il coraggio di intervenire per bloccarlo … mentre in Svezia i lavoratori portuali hanno deciso di boicottare Israele, impedendo l’ingresso nei porti delle sue navi e delle sue merci … mentre a Sidney, in Australia, migliaia di dimostranti si sono riuniti di fronte al municipio e hanno bruciato una grande bandiera di Israele … mentre, in visita a Cipro, il Papa ha esortato a pregare e a lavorare per raggiungere la pace, la stabilità e la riconciliazione in Medioriente (dichiarando “Nessuno può trascurare la necessità di appoggiare i cristiani in una regione segnata dai problemi”) …

…il quotidiano britannico The Guardian ha pubblicato in esclusiva i risultati dell’autopsia dei nove attivisti turchi uccisi dalle forze armate israeliane nel corso del blitz contro la Freedom Flotilla. Le vittime sono state raggiunte da almeno una trentina di colpi d’arma da fuoco, pallottole da 9 millimetri, sparate in molti casi da distanza ravvicinata. Cinque delle vittime sono state colpite alla testa, scrive il medico legale turco, incaricato di effettuare le autopsie dal ministero della giustizia di Ankara. Ibrahim Bilgen, 60 anni, è stato colpito da 4 proiettili alla tempia, al petto, ai fianchi e alla schiena. Un diciannovenne, Fulkan Dogan, con cittadinanza americana, è stato raggiunto da cinque colpi sparati da meno di 45 centimetri, alla faccia, alla nuca, due volte alle gambe e una alla schiena. Altri due uomini sono stati uccisi da almeno quattro colpi ciascuno e cinque delle vittime hanno ricevuto proiettili nella schiena, ha riportato Yalcin Buyuk, vicepresidente della commissione di medicina legale.

VERGOGNA!

[fonte: Repubblica]





Il Piano Pier-Marshall

4 02 2010

Berlusconi parla al Parlamento Israeliano e incontra Abu Mazen nei Territori: un tutt’uno di contraddizioni e messaggi pericolosi!

Alla Knesset. Sono onorato, il mio Paese e’ onorato di essere qui e di parlare in questo parlamento, che è il simbolo stesso della democrazia“. Peccato che nessuno abbia spiegato al nostro Premier che il tanto democratico Stato d’Israele non abbia ancora una Costituzione riconosciuta, ma di questi tempi questo sembra non essere poi tanto discriminante…Il Premier rincara la dose affermando che Israele rappresenta “il più grande esempio di democrazia e di libertà nel Medio Oriente. Per noi, come hanno detto sia il Papa Giovanni Paolo II che il Rabbino Elio Toaff, il popolo ebraico è un ‘fratello maggiore e noi, liberali di tutto il mondo, vi ringraziamo per il fatto stesso di esistere“.

Arriva pronta e benevola la risposta di Benyamin Netanyahu: “Italia è diventata paese di punta contro l’antisemistismo e il negazionismo. Silvio, tu sei un grande leader coraggioso, Israele ha un grande amico in Europa“. Apprezzamenti davanti ai quali  il Cavaliere rilancia l’auspicio che Israele diventi “membro a pieno titolo dell’Unione Europea“. Tale e’ l’appoggio del presidente del Consiglio ad Israele che arriva addirittura a definire “una reazione giusta” ai missili di Hamas da Gaza, l’attacco israeliano (Operazione Piombo Fuso) che provocò morti, polemiche, e la condanna dell’Onu!  “Israele è davvero il simbolo di questa possibilità di essere liberi e di far vivere la democrazia anche al di fuori dei confini dell’Occidente, ed è proprio per questo che risulta una presenza intollerabile per i fanatici di tutto il mondo“. In questo modo l’Italia riconosce in Israele un faro di democrazia e liberta’ nel mondo incivilizzato, un avamposto di liberalita‘ (e buoni affari?)… Invece, caro Premier, “avamposti” in quelle terre sono da considerarsi le colonie… anche queste un faro di democrazia? di liberta’? o forse di ingiustizia, ineguaglianza, disequita’..?

Il Premier insiste: “Mi sento davvero uno di voi. Mi sono sentito davvero uno di voi il giorno in cui ho visitato Auschwitz – e qui Berlusconi viene interrotto da 12 applausi – Viva Israele, Viva l’Italia, Viva la pace e la libertà!“. Sembra inneggiare ai cori da stadio che i suoi adepti gli dedicano ai comizi… “Uno di noi, Silvio uno di noi, uno di noooooiiii”… Viva Israele, Viva l’Italia, Viva gli slogan cretini, Viva la guerra e il fascismo del nuovo millennio!

Dopo il discorso, il premier si è recato nei Territori per incontrare il leader dell’Anp, Abu Mazen. E proprio da uno dei più stretti consiglieri politici del presidente palestinese Abu Mazen, Nemer Hammad, manda un secco messaggio al premier. “Quella degli israeliani a Gaza fu un’aggressione: c’è un rapporto che si chiama Goldstone sui crimini israeliani e qualunque cosa dica il premier Berlusconi non cambia la realtà“. Per fortuna.

Nei Territori. Nel corso della conferenza stampa con Abu Mazen, Berlusconi è tornato a offrire la disponibilità dell’Italia per la promozione di un “piano Marshall” per i territori occupati: “Non c’è pace senza benessere” afferma Berlusconi (e mi piace pensare che in sovrimpressione scorresse il sito di MediaShopping): beh, non vorrei peccare di arroganza, non e’ certo la mia materia, ma mi sembrerebbe semmai corretto dire che prima del “benessere” servirebbero giustizia, equita’, aiuti politici veri e fermi, w quindi la “pace” stessa! E poi cosa si intende con benessere, avere la televisione?! Comunque, a parte questi “dettagli”, a un giornalista che gli chiede di confermare il giudizio positivo sulla rappresaglia di Gaza, risponde in tono meno netto: “Come è stato giusto piangere le vittime della Shoah così è giusto manifestare dolore  per quanto che è successo a Gaza. Sempre, quando alla pace si sostituisce la guerra, alla ragionevolezza si sostituisce la violenza, viene meno l’umanità ed il rapporto tra gli uomini“. Chissa’ che pensavano alla Knesset in questo momento…

Comprendiamo l’esigenza di un fermo all’espansione degli insediamenti di Israele“, che è una “condizione necessaria per avviare i negoziati in modo proficuo“, ha detto ancora Berlusconi. E qui sono d’accordo! Ma perche’ dirlo ai Palestinesi? forse che non lo sappiano gia’? forse bisogna avere il coraggio e l’onesta’ di dirlo dall’altra parte, o al proprio deputato Fiamma Nirenstein, unico parlamentare nel mondo a possedere una proprieta’ all’interno di una colonia!

Dopo aver dichiarato in apertura di conferenza stampa di aver “fotografato” la situazione, a un giornalista che gli chiedeva che impressione gli avesse fatto il muro costruito da Israele in Cisgiordania ha risposto: “Non me ne sono accorto, stavo prendendo appunti e riordinando le idee sulle cose che dovevo dire al presidente Abu Mazen. So di deluderla, me ne scuso“. Vi assicuro che il muro e’ spropositato, e inevitabilmente ci si passa in mezzo, come ha fatto a non vederlo?! e poi stento a credere che chi fosse in macchina con lui non glielo abbia fatto “notare”. E’ una risposta offensiva, ingiusta, incoerente e connivente… inevitabile apice di una visita di Stato che sa piu’ di propaganda e di viaggio d’affari.

[dichiarazioni tratte da Repubblica]





Israele confessa l’uso di fosforo bianco

2 02 2010

Due ufficiali dell’esercito israeliano sono sotto inchiesta accusati di aver usato armi al fosforo bianco durante l’operazione militare Piombo fuso a Gaza lo scorso anno. “Queste ammissioni contenute in un rapporto consegnato alle Nazioni Unite da Israele confermano le accuse di alcune organizzazioni non governative che avevano già denunciato l’uso di queste armi a Gaza”, racconta Ha’aretz.

Gli ufficiali Eyal Eisenberg e Ilan Malka hanno subìto provvedimenti disciplinari per aver abusato del loro potere decidendo di usare il fosforo bianco in un’operazione a Tel al-Hawa, un quartiere meridionale della Striscia di Gaza , il 15 gennaio 2009, due giorni prima della fine dell’intervento militare nell’area.

“Durante un combattimento con Hamas, che secondo l’intelligence israeliana possedeva missili antitank, è stato deciso di usare il fosforo bianco per coprire le operazioni dell’esercito e rendere più difficile la visibilità per Hamas. Centinaia di munizioni al fosforo sono state lanciate nella zona e hanno colpito alcuni civili palestinesi e degli impiegati dell’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per i soccorsi e il lavoro”, racconta il quotidiano israeliano.

Molte organizzazioni umanitarie presenti nell’area hanno denunciato l’illegittimità dell’uso di queste armi che violano le convenzioni di Ginevra, ma Israele si difende dall’accusa sostenendo che le armi sono state usate in aree lontane dai centri abitati e che altri eserciti occidentali usano comunemente il fosforo bianco.

[fonte: Internazionale]





Gaza, un anno dopo

8 01 2010

di Hamira Hass per Internazionale

L’offensiva israeliana ha fatto del popolo palestinese il vero perdente

A un anno di distanza, il quadro è chiaro. Da Gaza sono usciti due vincitori: Israele e Hamas. Il rapporto Goldstone e le voci sui mandati di cattura contro alcuni militari e politici israeliani danno l’impressione che Israele sia sulla difensiva. Ma non possiamo ignorare il fatto che quell’offensiva sproporzionata – che si è lasciata dietro 1.400 morti, 600mila tonnellate di macerie e un terzo delle terre coltivabili bruciate – ha costretto Hamas a ridurre notevolmente i suoi attacchi contro Israele.

Per gli israeliani che credono ai discorsi ufficiali, l’offensiva ha quindi raggiunto il suo scopo: niente più razzi Qassam, niente più notti insonni, niente più giorni di terrore. La politica della deterrenza ha funzionato. L’offensiva ha ricordato ad Hamas che le sue armi sono inferiori a quelle di Israele. Ha fatto capire agli abitanti di Gaza che l’idea di Hamas di essere come Hezbollah è senza fondamento.

Il progetto di Hamas
Le armi artigianali di Hamas e i suoi missili della seconda guerra mondiale hanno permesso a Israele di usare Gaza e la sua popolazione per una imponente esercitazione militare e per testare la sua tecnologia d’avanguardia. Gli hanno permesso di praticare la guerra del futuro: nel mondo di oggi le azioni sono giudicate in base ai risultati. I governi occidentali, ma anche Russia e Cina, non possono ignorare questi risultati, e probabilmente varie penne internazionali sono già pronte a firmare assegni per finanziare l’industria israeliana degli armamenti high-tech.

Lo sdegno dell’opinione pubblica internazionale non è riuscito a mettere fine neanche all’embargo contro Gaza. È servito solo a far pressione sull’Egitto perché aprisse la frontiera di Rafah, ma non su Israele, che continua ad avere le chiavi della prigione. Il governo di Hamas a Gaza non permette di discutere pubblicamente della vittoria di Israele. Da diciassette anni a questa parte i palestinesi sono sempre stati riluttanti a imputare ai loro leader la responsabilità delle sofferenze imposte da Israele. Continuano a tenere separati gli errori del loro governo dai metodi oppressivi degli occupanti.

Ma mentre l’Olp ha sempre lasciato spazio alle critiche interne, Hamas mette a tacere chi dissente accusandolo di collaborazionismo. Nonostante le sue formali richieste di interrompere il blocco, il vero scopo di Hamas è far aprire solo la frontiera di Rafah con l’Egitto e lasciare chiusi gli altri passaggi (verso Israele e verso la Cisgiordania), perché non vuole che gli abitanti di Gaza scoprano la relativa libertà della Cisgiordania. E anche perché una riconciliazione con Fatah porterebbe a nuove elezioni e a nuove alleanze. Questo impedirebbe ad Hamas di imporre il suo progetto religioso e sociale a una popolazione prigioniera e di dimostrare che può creare un modello di società islamica. Per essere un partito che non gode di alcun riconoscimento ufficiale, il suo impatto sulla politica mondiale è enorme.

I leader di Fatah in Cisgiordania fingono di essere preoccupati per Gaza. Ma in realtà sono impegnati a recuperare un po’ d’influenza sui loro cittadini, garantendo una certa distensione economica e una migliore amministrazione. I due partiti palestinesi non hanno alcuna fretta di riconciliarsi: il consolidamento dei loro regimi diametralmente opposti è la cosa più importante per entrambi. Perciò Hamas è libero di stringere la morsa sulla popolazione, allo scopo, tra l’altro, di impedire che siano messi in discussione i suoi metodi coercitivi e la logica della sua “resistenza”. La sua politica interna consiste nel separare uomini e donne e nell’estromettere le donne dalla sfera pubblica, imponendo l’abito islamico, controllando le organizzazioni di beneficenza, incoraggiando la poligamia e minacciando le ong meno accomodanti.

I principali sconfitti
Hamas si vanta del fatto che negli ultimi quindici anni la sua strategia di resistenza ha vanificato gli accordi di Oslo, impedendo ai traditori dell’Olp di arrendersi. Questo gli permette di rafforzare la sua immagine eroica agli occhi dei musulmani e della sinistra europea. I suoi ammiratori, però, non tengono conto del fatto che negli ultimi vent’anni Israele ha sempre cercato di dividere Gaza dalla Cisgiordania. La strategia di Hamas si adatta benissimo a quella di Israele, ma non lo si può dire per non macchiare la sua immagine.

Chi sono, invece, i perdenti? Senza dubbio, l’ormai indebolita Fatah. Poi l’unità dei palestinesi: un tempo l’uccisione di un bambino a Gaza provocava manifestazioni in tutta la Cisgiordania. Oggi i suoi abitanti non conoscono neanche i nomi delle vittime di Gaza. Ma i veri perdenti sono gli abitanti di Gaza, costretti ad ammettere che lo sdegno internazionale per la loro sofferenza e i miliardi di dollari promessi per la ricostruzione non hanno cambiato nulla. E che loro sono ancora prigionieri di Israele e di un regime interno sempre più repressivo.

Amira Hass è una giornalista israeliana. Vive a Ramallah, in Cisgiordania, e scrive per il quotidiano Ha’aretz





THE GAZA FREEDOM MARCH

7 01 2010

A un anno dall’operazione Piombo Fuso, ecco un messaggio di Roger Waters, in sostegno al Movimento The Gaza Freedom March, che meglio non potrebbe esprimere il pensiero di EyesOnTheRailroad…

27 December 2009

My name is Roger Waters. I am an English musician living in the USA. I am writing to express my great admiration for and solidarity with the 1360 men and women from 42 different countries around the World who are gathering in Egypt, preparing for The Gaza Freedom March. We all watched, aghast, the vicious attack made a year ago on the people of Gaza by Israeli armed forces and the ongoing illegal siege. The suffering wrought on the population of Gaza by both the invasion and the siege is unimaginable to us outside the walls. The aim of The Freedom March is to focus world attention on the plight of the Palestinian people in Gaza in the hope that the scales will fall from the eyes of all, ordinary, decent people round the world, that they may see the enormity of the crimes that have been committed, and demand that their governments bring all possible pressure to bear on Israel to lift the siege.

I use the word ‘crimes’ advisedly, as both the siege and the invasion have been declared unlawful by United Nations bodies and leading human rights organizations. If we do not all observe international law, if some governments think themselves above it, it is but a few short, dark, steps to barbarism and anarchy.

The Gaza Freedom March is a beacon to all those of us who believe that under the skin, we are all brothers and sisters, who must stand shoulder to shoulder, if we are to make a future where all have recourse to law and universal human rights. Where life, liberty, and the pursuit of happiness is not just the preserve of the few. All the oil in The Middle East is not worth one child’s life. So to those of you who march, I tip my hat. It is a brave and noble thing you do, and when you reach your goal please tell our Palestinian brothers and sisters, that out here, beyond the Walls of their Prison, stand hundreds of thousands of us in solidarity with them. Today, hundreds of thousands, tomorrow, millions, soon, hundreds of millions. We Shall Overcome.

Roger Waters






Coda di paglia?

14 12 2009

La decisione della Gran Bretagna di differenziare le etichette dei prodotti importati dalla Cisgiordania, indicando la provenienza palestinese o israeliana, ha provocato le immediate proteste israeliane.

Israele infatti, non giudica positivamente la direttiva che propone di non applicare più il marchio “prodotto in Cisgiordania”, usato finora per tutte le merci provenienti nei Territori occupati. L’alternativa è definirli “prodotto in Cisgiordania, di origine israeliana” o “prodotto in Cisgiordania, di origine palestinese”, ma questo sembra andare verso una forma di boicottaggio internazionale, sostiene preoccupato il World jewish congress. “Questo provvedimento può solo radicalizzare la posizione palestinese, minando i tentativi del governo israeliano di riprendere il processo di pace sulle basi di un accordo comune”, ha dichiarato al Jerusalem Post il portavoce del ministro degli esteri.

La richiesta del dipartimento britannico per l’ambiente, gli alimenti e l’agricoltura di dare più informazioni sull’origine dei prodotti, nasce dalle pressioni esercitate da alcuni rivenditori e organizzazioni non governative. Secondo molti commercianti, continuare a non distinguere tra insediamenti e stato d’Israele, significherebbe trarre in inganno i consumatori. “Inoltre acquistare dalle colonie legittimerebbe di fatto dei territori non riconosciuti dal diritto internazionale” ha detto la direttrice esecutiva di Oxfam, Barbara Stocking.

Tuttavia il dipartimento ha negato espressamente qualsiasi legame tra l’iniziativa e la volontà di incitare al boicottaggio. Tra il 2006 e il 2008 le importazioni britanniche dalla Cisgiordania sono state pari a circa 800mila sterline, soprattutto in olio d’oliva e spezie. Nei Territori sono oltre 27 le aziende che esportano beni d’ogni tipo, tra frutta, cosmetici, farmaci e tessili, e la nuova normativa non dovrebbe interferire sui rapporti commerciali.

La notizia giunge in un momento di particolare tensione tra palestinesi e israeliani, dopo le critiche rivolte dai coloni al premier Netanyahu per aver congelato temporaneamente la costruzione di nuovi insediamenti in Cisgiordania. Viene accolta con diffidenza anche perché la Gran Bretagna, insieme alla Svezia, è tra i maggiori sostenitori della proposta fatta in sede europea per il riconoscimento di Gerusalemme est come capitale dello stato palestinese.

[tratto da Internazionale.it]

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